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Un rapporto militare descrive oggetti freddi, accelerazioni e una reazione al cannone. Ma il dato decisivo — la registrazione primaria — non è arrivato fino al pubblico.

Un rapporto militare descrive oggetti freddi, accelerazioni e una reazione al cannone. Ma il dato decisivo — la registrazione primaria — non è arrivato fino al pubblico.

Inchiesta aggiornata al 1° settembre 2026 • di ADB

La scena si apre sul mare nero del Golfo di Oman. È l’8 settembre 2021 e un AC-130J delle forze speciali statunitensi sta svolgendo un’esercitazione a fuoco reale. L’aereo sgancia un flare attivato dall’acqua per usarlo come bersaglio simulato, entra in orbita attorno alla luce e orienta verso il punto il sistema elettro-ottico e infrarosso. Sullo schermo compaiono due tracce fredde. Secondo il rapporto, restano immobili per circa quindici secondi, a pochi metri dalla superficie. Poi l’operatore preme il grilletto del cannone da 105 millimetri. Prima ancora del rinculo, le due firme accelerano e spariscono dal campo del sensore senza cambiare quota.

È il passaggio più spettacolare di DOW-UAP-D101, un rapporto d’intelligence approvato per la pubblicazione nel marzo 2026 e reso accessibile il 7 agosto. Nello stesso volo, l’equipaggio avrebbe contato circa venticinque episodi: coppie, terzetti e tracce solitarie che si muovevano in modo coordinato o erratico. La velocità stimata variava da 250 a 1.300 miglia orarie. Nessun mezzo di propulsione risultava visibile.

Letto così, sembra il dossier che ogni investigatore UAP vorrebbe ricevere. Ma alla pagina successiva troviamo la crepa che cambia il peso dell’intero caso: il registratore digitale di bordo avrebbe fallito e il filmato completo sarebbe diventato corrotto. Al pubblico restano sei brevi riprese realizzate con un telefono davanti allo schermo del sensore. Non sono dati primari.

Il documento sul tavolo

Il rapporto fu prodotto dall’Air Force Special Operations Command il 27 aprile 2022. Si definisce espressamente un information report, cioè informazione non ancora valutata in modo definitivo. Questa formula è importante: documenta ciò che la fonte e l’equipaggio riferirono, ma non certifica automaticamente tutte le stime come misurazioni indipendenti e convalidate.

La piattaforma non era un aereo qualsiasi. L’AC-130J Ghostrider dispone di due sensori elettro-ottici/infrarossi, sistemi avanzati di controllo del tiro, navigazione integrata e armi da 30 e 105 millimetri. Il rapporto afferma che le coordinate furono derivate dai dati GPS del feed del sensore e che l’operatore calcolò le velocità con TACTOOL. Sono elementi che rendono la segnalazione più solida di un semplice racconto a occhio nudo.

Pagina del rapporto militare DOW-UAP-D101
La pagina centrale di DOW-UAP-D101 con la ricostruzione dell’incontro. Credito: U.S. Department of War/Air Force, pubblico dominio governativo.

Due orb sopra il flare

Le prime firme vengono descritte come “cold orbs” di circa quattro piedi di diametro, poco più di un metro, ferme tra zero e venti piedi sopra il mare. L’espressione “orb”, però, descrive ciò che appariva nel display infrarosso: una zona di contrasto termico. Non stabilisce da sola che l’oggetto fosse una sfera fisica, né che avesse realmente quel diametro. Per ricavare una dimensione occorre conoscere con precisione la distanza; per ricavare una velocità servono geometria, range, moto dell’aereo e movimento del sensore.

Il rapporto aggiunge che le tracce apparivano sia in modalità white-hot sia black-hot. Questo rende meno plausibile un semplice punto luminoso visibile soltanto all’occhio, ma non risolve l’identificazione. Una firma infrarossa può rappresentare un oggetto reale, un riflesso termico, un contrasto ambientale oppure un artefatto della catena di acquisizione. AARO lo ricorda anche in altri casi: vedere un’area di contrasto non basta sempre a stabilirne origine e prestazioni.

La “reazione” al cannone

Il dettaglio più forte è temporale: l’allontanamento sarebbe iniziato immediatamente dopo la pressione del grilletto e prima del rinculo. Il rapporto usa prudentemente il verbo “apparvero reagire”. È una correlazione osservata, non ancora una prova di causalità. Per dimostrare che gli oggetti anticiparono lo sparo servirebbero il video nativo con timestamp, la telemetria dell’arma, la sequenza completa del sensore e una sincronizzazione verificabile fra i sistemi.

Esistono almeno tre famiglie di ipotesi. La prima è che oggetti o velivoli reali abbiano reagito a un segnale precedente al colpo, visibile o rilevabile. La seconda è che la coincidenza temporale sia stata interpretata come risposta intenzionale. La terza riguarda la dinamica dell’inquadratura: movimento del sensore, dell’aereo o del bersaglio può produrre accelerazioni apparenti. Nessuna di queste ipotesi, oggi, chiude il caso.

Venticinque rilevazioni, non venticinque velivoli provati

Il numero “circa venticinque” va letto correttamente. Il documento parla di istanze osservate durante la sortita, non dimostra che fossero venticinque oggetti distinti. La stessa traccia potrebbe essere stata acquisita più volte, oppure più tracce potrebbero rappresentare oggetti diversi: senza il filmato continuo e un registro temporale non possiamo fare il censimento.

L’equipaggio descrisse due firme che salivano e scendevano come un’onda, passando l’una sopra, sotto e attorno all’altra “come delfini”. Il commento della fonte — “sapevano di volare insieme” — è un’interpretazione umana del coordinamento apparente. È suggestiva, ma non misura intenzione o intelligenza.

Infografica sui dati disponibili e mancanti del caso Oman
Ciò che è documentato e ciò che manca per verificare le prestazioni. Infografica originale ADB.

Il paradosso del video corrotto

Il documento dice che l’equipaggio tentò di salvare l’intera registrazione EO/IR, ma il DVR “inspiegabilmente fallì” e i dati divennero corrotti. Questa frase non prova sabotaggio, interferenza o capacità tecnologiche degli oggetti. Un guasto può avere cause ordinarie: supporto difettoso, errore software, buffer, sincronizzazione o procedura di salvataggio. Tuttavia, il rapporto pubblico non contiene un’analisi forense del DVR. Non sappiamo quale parte del file sia irrecuperabile, quale errore sia stato registrato o se esista una copia grezza altrove.

Le sei clip diffuse da AARO durano complessivamente poco più di due minuti e mezzo. Sono riprese secondarie, effettuate con un cellulare davanti a un monitor. Questo introduce perdita di risoluzione, compressione, sfarfallio, riflessi, moiré e assenza di molti metadati. Sono utili per confermare che qualcosa venne mostrato sugli schermi, ma non sostituiscono il flusso nativo necessario a ricostruire traiettorie e velocità.

Perché 1.300 miglia orarie non è ancora una prestazione dimostrata

Il valore massimo proviene dal calcolo dell’operatore con TACTOOL. È un dato agli atti, non un numero inventato dalla stampa. Tuttavia il rapporto declassificato non pubblica gli input del calcolo, l’incertezza, la distanza bersaglio, l’angolo di osservazione o il tracciamento completo. Se la distanza è stimata male, anche la velocità trasversale può cambiare radicalmente. La NASA ha indicato proprio calibrazione, misure multiple, metadati e dati di riferimento come condizioni essenziali per trasformare un avvistamento in analisi scientifica.

Non possiamo dunque dire che un oggetto di un metro abbia certamente volato a 1.300 miglia orarie rasente al mare. Possiamo dire che un operatore militare addestrato produsse quella stima durante una missione e che il rapporto la conservò. È una differenza sottile, ma decisiva.

Le spiegazioni convenzionali sul tavolo

Droni, uccelli marini, detriti, effetti del flare, oggetti portati dal vento e artefatti del sensore meritano verifica. Alcune ipotesi faticano a spiegare insieme la presunta immobilità iniziale, il moto coordinato, l’ampio intervallo di velocità e l’assenza di propulsione. Ma questa difficoltà non equivale a una confutazione: mancano i dati necessari per modellare davvero la scena.

Anche l’ipotesi di tecnologia non umana resta priva di prova diretta. Il rapporto non parla di extraterrestri, non descrive recuperi, comunicazioni o materiali, e non attribuisce il fenomeno a una potenza straniera. La classificazione “irrisolto” significa che l’informazione disponibile non consente un’identificazione definitiva.

Cosa è provato e cosa no

Fatto documentato: un AC-130J statunitense segnalò molteplici firme infrarosse durante un’esercitazione nel Golfo di Oman e l’evento generò un rapporto d’intelligence.

Testimonianza tecnica: l’equipaggio riferì due orb fermi sopra il mare, movimenti coordinati, velocità stimate tra 250 e 1.300 miglia orarie e una partenza apparentemente sincronizzata con il tiro.

Limite documentale: la registrazione primaria completa è dichiarata corrotta; le clip pubbliche sono riprese secondarie di uno schermo.

Inferenza ragionevole: il caso merita un’analisi più approfondita perché coinvolge più operatori, una piattaforma militare e sensori avanzati.

Non dimostrato: che le venticinque rilevazioni corrispondano a venticinque oggetti distinti, che la velocità massima sia stata validata indipendentemente, che gli oggetti abbiano reagito intenzionalmente al cannone o che avessero origine non umana.

La prossima domanda

Qui la pista non finisce con una risposta, ma con una richiesta precisa. Servono i log del DVR, i file residui non corrotti, la telemetria del sensore, gli input TACTOOL, i timestamp dell’arma e i debriefing completi dell’equipaggio. Se quei dati esistono, il caso Oman può passare dal racconto tecnico alla ricostruzione misurabile. Se non esistono più, resterà uno dei dossier più intriganti della quinta pubblicazione PURSUE: abbastanza dettagliato da porre domande serie, troppo incompleto per autorizzare una conclusione straordinaria.

Documenti e fonti