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Alfa Network

The Last of Us si divide in due: HBO prosegue senza Naughty Dog, mentre lo studio conferma che la saga non è ancora finita.

di Lola R. | Alfa Network | 13 settembre 2026

Ci sono storie che finiscono. Poi ci sono storie che fanno finta di finire, si siedono sul bordo del letto e continuano a fissarti finché non ammetti che sì, forse hai ancora qualcosa da elaborare. The Last of Us appartiene decisamente alla seconda categoria.

Nel settembre 2026 la saga vive una situazione quasi perfetta per chi ama complicarsi la vita: da una parte HBO sta portando avanti la terza stagione della serie, dall’altra Neil Druckmann ha chiarito che Naughty Dog non partecipa alla direzione creativa di questa nuova fase televisiva, pur ribadendo che lo studio “non ha finito” con l’universo di The Last of Us. Traduzione: una strada si separa, l’altra resta avvolta nella nebbia. Naturalmente Internet ha già deciso che significa “Part III confermato”. Naturalmente non è vero.

Un mondo, due strade

La notizia più interessante non è tanto l’assenza di Druckmann dalla terza stagione, quanto la precisione con cui nel 2026 ha rimarcato la separazione: né lui né Naughty Dog stanno plasmando la direzione creativa della nuova stagione HBO. Craig Mazin resta quindi il punto di riferimento dell’adattamento televisivo.

È un passaggio importante perché le prime due stagioni vivevano anche della presenza diretta del creatore del videogioco nel processo di adattamento. La terza stagione dovrà dimostrare che The Last of Us può sopravvivere anche quando uno dei suoi “genitori” smette di tenere la mano alla serie.

Città post-apocalittica invasa dalla vegetazione
La rovina in The Last of Us non è mai soltanto scenografia: è memoria, perdita e sopravvivenza. Immagine originale Alfa Network, ricostruzione editoriale.

Abby entra davvero al centro del palco

Le informazioni più recenti indicano che la terza stagione sarà fortemente incentrata su Abby, il personaggio interpretato da Kaitlyn Dever. Non è una scelta sorprendente per chi conosce The Last of Us Part II: il secondo gioco è costruito proprio sulla collisione di due punti di vista, e il cambio di prospettiva è la sua mossa narrativa più rischiosa.

Nel videogioco quella scelta ha diviso il pubblico in modo quasi chirurgico. Non perché fosse tecnicamente complessa, ma perché obbligava il giocatore a trascorrere ore con qualcuno che, fino a quel momento, aveva imparato a odiare. Non era una concessione alla simpatia. Era un esperimento di empatia forzata. Molto elegante, molto crudele, molto The Last of Us.

La serie può cambiare senza tradire?

Qui arriva la domanda interessante. Fino a che punto un adattamento deve restare fedele al materiale originale? La risposta più comoda è “quanto basta”. La risposta vera è: dipende da cosa stai cercando di salvare.

La prima stagione funzionava perché non trattava il gioco come un testo sacro. Alcune sequenze venivano riprodotte quasi fotogramma per fotogramma, altre venivano reinventate. Il problema, quindi, non è cambiare. Il problema è capire che cosa non puoi permetterti di perdere. E in The Last of Us il vero elemento intoccabile non è il fungo, non è l’apocalisse e nemmeno la violenza. È l’idea che ogni personaggio riesca a giustificare la propria brutalità raccontandosi una storia in cui aveva ragione.

Volti e minaccia del cordyceps
Umani e infetti condividono lo stesso mondo, ma spesso il pericolo più interessante non viene dal cordyceps. Immagine originale Alfa Network, ricostruzione editoriale.

E Naughty Dog cosa sta facendo?

Qui bisogna essere precisi. Druckmann ha detto che lo studio non ha chiuso con The Last of Us e ha parlato di “un paio di progetti” legati alla proprietà intellettuale. Non ha annunciato The Last of Us Part III, non ha confermato che entrambi siano videogiochi e non ha descritto forma, piattaforme o tempi.

Questa distinzione è fondamentale perché il fandom ha già trasformato una dichiarazione prudente in un trailer immaginario con data di uscita, collector’s edition e probabilmente una statuetta di Ellie che ti giudica dal mobile.

Perché The Last of Us continua a funzionare

La risposta più pigra sarebbe “perché ci sono gli infetti”. No. Gli infetti sono il meteo emotivo della storia. Il centro rimane la relazione tra esseri umani che cercano di sopravvivere a ciò che hanno perso.

Il cordyceps ha dato alla saga un’identità visiva fortissima, ma la sua vera idea è molto più semplice: cosa resta della morale quando la società scompare? Joel, Ellie, Abby, Tommy, Dina e tutti gli altri non vengono messi davanti a una scelta tra bene e male. Vengono messi davanti a due forme differenti di perdita.

Il vero rischio della terza stagione

Non è l’assenza di Druckmann. Non necessariamente, almeno. Il vero rischio è trasformare il conflitto morale di Part II in una semplice guerra tra fazioni, oppure addolcire Abby per renderla più “accettabile”. Sarebbe un errore, perché la forza del personaggio nasce proprio dal disagio.

The Last of Us non funziona quando ti offre qualcuno da amare. Funziona quando ti costringe a chiederti perché hai deciso così in fretta chi meritava di essere odiato.

Due futuri, e nessuno dei due è tranquillo

Da una parte HBO prosegue la propria strada con Craig Mazin e una stagione che dovrebbe spostare il baricentro su Abby. Dall’altra Naughty Dog conserva il controllo della proprietà videoludica e promette che l’universo non è finito.

È una separazione quasi perfetta per questa saga: due linee narrative, due prospettive, due modi diversi di raccontare lo stesso mondo. Insomma, perfettamente coerente con The Last of Us. Mancano soltanto una chitarra, un trauma irrisolto e qualcuno che prenda una decisione terribile convinto di farlo per amore.

Lola R.

Fonti e approfondimenti