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Alfa Network

Na Hong-jin torna con Hope: un villaggio coreano, una presenza impossibile e una tragedia cosmica che trasforma la fantascienza in paranoia umana.

di Lola R. | Alfa Network | trenta settembre duemilaventisei

C’è una regola non scritta del cinema di fantascienza: quando in un piccolo paese arriva qualcosa dallo spazio, nessuno dovrebbe essere il primo a dire “andiamo a vedere”. Hope, il nuovo film di Na Hong-jin, prende quella regola, la piega, la incendia e la lascia rotolare giù da una montagna coreana.

Dopo The Chaser, The Yellow Sea e soprattutto The Wailing, Na torna con un’opera molto più grande nelle dimensioni ma sorprendentemente fedele alla sua ossessione preferita: cosa succede quando esseri umani spaventati devono interpretare qualcosa che non capiscono? La risposta, come immaginerete, non è “formano un comitato e risolvono tutto con calma”.

Un villaggio, una creatura e troppe certezze

La storia è ambientata nel remoto villaggio sudcoreano di Hope Harbor. Il capo della polizia Bum-seok e l’agente Sung-ae devono proteggere una comunità isolata mentre le comunicazioni vengono interrotte e una presenza misteriosa semina il caos. Intanto Sung-ki e un gruppo di abitanti si inoltrano nelle montagne per dare la caccia alla presunta bestia.

Fin qui potrebbe sembrare un monster movie classico: qualcosa appare, gli uomini prendono i fucili, il pubblico aspetta che qualcuno suggerisca saggiamente di dividersi. Na Hong-jin, però, usa la creatura come detonatore. Il vero disastro nasce dal modo in cui gli esseri umani interpretano ciò che vedono.

Villaggio costiero coreano sconvolto da un evento inspiegabile
Hope Harbor diventa il teatro di una crisi in cui paura e interpretazione contano quanto la minaccia stessa. Immagine originale Alfa Network, ricostruzione editoriale.

Na Hong-jin non vuole semplicemente mostrarci un alieno

La sinossi ufficiale del Festival di Cannes parla apertamente di un conflitto che, partendo dall’ignoranza, cresce attraverso lo scontro umano fino a una “tragedia di proporzioni cosmiche”. È una frase che racconta bene l’ambizione del film: la fantascienza non serve soltanto a portare qualcosa di sconosciuto sulla Terra, ma a osservare ciò che facciamo quando non possediamo abbastanza informazioni per capire.

È anche il territorio naturale di Na Hong-jin. In The Wailing il dubbio era più pericoloso di qualsiasi risposta. In Hope quella stessa ansia viene trasferita dentro un film di fantascienza d’azione gigantesco. In pratica, il regista ha preso la paranoia e le ha comprato un budget molto più grande.

Un cast che sembra una riunione internazionale dell’apocalisse

Il cast unisce Hwang Jung-min, Zo In-sung e Hoyeon a Taylor Russell, Cameron Britton, Alicia Vikander e Michael Fassbender. Hwang interpreta Bum-seok, mentre Hoyeon è l’agente Sung-ae e Zo In-sung veste i panni di Sung-ki.

La presenza di attori coreani e internazionali non è soltanto decorativa. Il film lavora proprio sulla distanza tra prospettive differenti e sull’impossibilità di leggere immediatamente ciò che sta accadendo. Se incontri qualcosa che non appartiene al tuo mondo, il problema non è soltanto capire cosa sia. È decidere se fidarti della tua interpretazione.

Anomalia cosmica sopra montagne e villaggio coreano
La minaccia di Hope cresce fino a una scala cosmica, ma il centro della storia resta profondamente umano. Immagine originale Alfa Network, ricostruzione editoriale.

Centosessanta minuti: la creatura ha pagato il parcheggio

Il Festival di Cannes indica una durata di centosessanta minuti. MUBI ne riporta centocinquantasette nella propria scheda internazionale. In entrambi i casi possiamo tranquillamente stabilire che Na Hong-jin non aveva intenzione di raccontare questa storia durante la pausa pranzo.

La durata permette al film di cambiare pelle: thriller, caccia alla creatura, fantascienza, azione, commedia nerissima e catastrofe. Le prime recensioni internazionali hanno sottolineato proprio questa capacità di passare dal mistero allo spettacolo mantenendo una vena assurda e profondamente umana.

La Corea incontra la fantascienza cosmica

Hope è passato dal concorso ufficiale del Festival di Cannes, dove Na Hong-jin ha presentato per la prima volta un proprio film in competizione per la Palma d’Oro. La fotografia è firmata da Hong Kyung-pyo, mentre la musica è di Michael Abels.

Il risultato non sembra interessato a imitare semplicemente il blockbuster americano. La scala è internazionale, ma il punto di vista resta quello di una comunità coreana periferica, con le sue gerarchie, paure e reazioni. È proprio questa frizione a rendere il progetto curioso: l’evento è enorme, ma chi deve affrontarlo non possiede manuali, supereroi o un presidente che appare su uno schermo gigante per spiegare il piano.

In Italia dovremo aspettare novembre

Qui serve distinguere bene i calendari. Il film è già uscito in diversi territori ed è nelle sale nordamericane da settembre, ma in Italia MUBI lo distribuirà al cinema il cinque novembre duemilaventisei. Quindi questa non è una recensione dell’edizione italiana già vista in sala, ma un’analisi del film sulla base della sua uscita internazionale, della presentazione festivaliera e delle informazioni ufficiali disponibili.

È una distinzione meno spettacolare di un’invasione aliena, ma decisamente utile quando Internet decide che tutte le date del pianeta sono la stessa data.

Il titolo è già una provocazione

Chiamare Hope, “speranza”, un film che parte da una creatura misteriosa e arriva a una tragedia cosmica è un piccolo gesto di perfidia. Na Hong-jin sembra suggerire che la speranza non sia necessariamente una promessa di salvezza. Può essere anche il bisogno disperato di credere di aver capito cosa sta succedendo.

Ed è qui che il film diventa più interessante del semplice “mostro nel bosco”. Il pericolo non è soltanto ciò che arriva dall’esterno. È la velocità con cui costruiamo una spiegazione, scegliamo un nemico e iniziamo ad agire come se quella spiegazione fosse certamente vera.

Il vero alieno potrebbe essere la nostra sicurezza

Na Hong-jin torna dopo dieci anni con un film che sembra enorme, rumoroso e spettacolare, ma sotto l’astronave continua a fare la stessa domanda inquietante dei suoi lavori precedenti: quanto possiamo fidarci di ciò che crediamo di sapere?

Se The Wailing ci faceva dubitare di ogni volto, Hope sembra volerci far dubitare perfino della specie a cui apparteniamo.

E forse il titolo funziona proprio per questo. Quando il cielo si apre e qualcosa di impossibile scende verso il villaggio, tutti cercano una speranza.

Il problema è capire da quale parte stia arrivando.

Lola R.

Fonti e approfondimenti