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Ci sono serie che ti chiedono di indovinare chi sia l'assassino. Altre vogliono sapere se sopravviverà il protagonista. Devs, invece, ha una domanda decisamente meno rassicurante: e se ogni decisione della nostra vita fosse già stata presa, prima ancora che ci venisse in mente di prenderla?

Devs: e se il libero arbitrio fosse soltanto una splendida illusione?

Ci sono serie che ti chiedono di indovinare chi sia l'assassino. Altre vogliono sapere se sopravviverà il protagonista. Devs, invece, ha una domanda decisamente meno rassicurante: e se ogni decisione della nostra vita fosse già stata presa, prima ancora che ci venisse in mente di prenderla?

A questo punto qualcuno potrebbe rispondere: «Benissimo, allora non è colpa mia se ieri ho ordinato una pizza gigante».

Mi piacerebbe che funzionasse così. Ma Alex Garland, creatore di Devs, ha in mente qualcosa di molto più inquietante.

Ho scelto questa miniserie perché appartiene a quella categoria di fantascienza che preferisco raccontarvi: storie in cui la tecnologia non serve soltanto a stupirci, ma a mettere in discussione le nostre certezze.

E qui la certezza che vacilla è piuttosto importante: siamo davvero noi a decidere come vivere?

Un'azienda perfetta. Forse troppo.

Lily Chan, interpretata da Sonoya Mizuno, lavora come ingegnera informatica per Amaya, un'azienda tecnologica della Silicon Valley.

Ricostruzione del campus tecnologico immerso nella foresta

Il suo compagno Sergei viene selezionato per entrare in Devs, una divisione di ricerca estremamente riservata. È un'opportunità professionale straordinaria, almeno in apparenza.

Poi accade qualcosa che sconvolge la vita di Lily.

Da quel momento, la giovane ingegnera comincia a sospettare che dietro le porte blindate di Amaya si nasconda qualcosa di molto più grande di un progetto informatico.

A guidare l'azienda c'è Forest, interpretato da Nick Offerman. È un uomo enigmatico, ossessionato da un'idea che sembra collocarsi a metà strada tra una scoperta scientifica e una convinzione religiosa.

E qui mi fermo.

Perché Devs è una di quelle serie in cui scoprire gradualmente il significato di ciò che si vede è parte essenziale dell'esperienza.

Quando la tecnologia diventa una religione

La prima cosa che distingue Devs da tante altre produzioni fantascientifiche è l'atmosfera.

Ricostruzione di un laboratorio quantistico con installazione luminosa

Amaya non assomiglia semplicemente a un'azienda tecnologica. Il suo laboratorio segreto ha qualcosa di solenne, quasi sacrale. Gli ambienti geometrici, le superfici dorate, il silenzio e la luce trasformano un luogo di ricerca in una specie di tempio contemporaneo.

E questa non è soltanto una scelta estetica.

Forest non cerca il prossimo prodotto da vendere o un algoritmo capace di rendere più ricca la sua società. La sua ambizione riguarda qualcosa di molto più profondo: comprendere la struttura stessa della realtà.

È qui che Garland compie una scelta interessante. Invece di rappresentare la tecnologia come uno strumento neutrale, ci mostra persone che rischiano di trasformarla in un sistema di fede.

Una macchina può rispondere a una domanda scientifica. Ma cosa succede quando qualcuno pretende che risponda anche alle domande sul dolore, sulla colpa e sul significato della vita?

Il confine tra scienziato e sacerdote comincia a diventare piuttosto sottile.

Una storia che non ha fretta di piacerti

Devo avvertirvi: Devs non è una serie da guardare mentre si prepara la cena e si controllano contemporaneamente i messaggi sul telefono.

Il suo ritmo è lento, a tratti deliberatamente ipnotico.

I dialoghi lasciano spazio ai silenzi. Le inquadrature insistono sugli ambienti. La colonna sonora costruisce una sensazione costante di disagio, anche quando apparentemente non sta accadendo nulla.

Per alcuni spettatori sarà un'esperienza affascinante. Per altri, una prova di pazienza.

E capisco entrambe le reazioni.

La regia di Garland ha una personalità molto precisa, ma non sempre questa precisione si traduce in coinvolgimento emotivo. Alcuni personaggi sembrano parlare più per esprimere concetti filosofici che per comunicare spontaneamente tra loro.

Forest, invece, possiede una contraddizione particolarmente interessante: è un uomo che vuole controllare ciò che non riesce ad accettare.

Nick Offerman, conosciuto soprattutto per ruoli comici, è una scelta di casting notevole. Il suo personaggio non ha bisogno di grandi esplosioni emotive per risultare inquietante.

E questo ci porta al cuore della serie.

Il libero arbitrio è davvero il protagonista?

Dopo aver ricostruito la progressione degli otto episodi, trovo che Devs abbia una qualità particolare: il mistero iniziale non viene semplicemente risolto, ma cambia natura.

All'inizio vogliamo sapere cosa sia successo a Sergei. Poi ci domandiamo cosa stia costruendo Amaya. Infine, la domanda diventa molto più difficile: se fosse possibile conoscere il futuro, saremmo ancora liberi di modificarlo?

Questo passaggio è il principale merito della scrittura di Garland.

Non tutto, però, funziona con la stessa efficacia. La tensione dell'indagine iniziale è più immediata di quella delle discussioni filosofiche successive. E alcuni personaggi secondari, pur avendo un ruolo importante nel racconto, ricevono meno spazio emotivo di quanto meriterebbero.

Il finale, che qui non anticipo, non chiude semplicemente il mistero: mette alla prova le idee sulle quali la serie è stata costruita. È una scelta coraggiosa, anche se non tutti gli spettatori la troveranno soddisfacente.

La critica: un esperimento riuscito, con qualche riserva

Voto della critica: 7,1/10 (Metacritic 71/100).

La critica professionale ha accolto Devs favorevolmente, pur dividendosi sulla lentezza della narrazione.

Brian Tallerico, su RogerEbert.com, ha espresso un giudizio estremamente positivo, valorizzando soprattutto l'ambizione della serie. Anche IndieWire ha apprezzato la capacità di Garland di costruire un futuro inquietante e visivamente riconoscibile.

Le valutazioni più prudenti si concentrano invece sull'accessibilità del racconto: Devs pretende attenzione e non sempre riesce a trasformare le sue riflessioni filosofiche in emozioni altrettanto intense.

Ed è un'obiezione che condivido almeno in parte.

Il pubblico: affascinato, ma non sempre convinto

Voto del pubblico: 7,3/10 (Metacritic).

Il pubblico ha reagito in modo interessante.

Molti spettatori hanno apprezzato l'originalità, la fotografia e la capacità della serie di affrontare argomenti insoliti. Altri hanno trovato la narrazione troppo lenta o hanno contestato il modo in cui il finale affronta le questioni filosofiche sviluppate negli episodi precedenti.

Non mi sorprende.

Devs appartiene a quelle opere che difficilmente lasciano indifferenti. Può entusiasmare chi ama interrogarsi sulle grandi questioni dell'esistenza e irritare chi si aspetta soprattutto un thriller tecnologico.

Il punto, però, è che non cerca davvero di accontentare entrambi.

Una curiosità: otto episodi, una sola visione

C'è un dettaglio produttivo che spiega molto dello stile della serie: Alex Garland ha scritto e diretto tutti gli otto episodi.

Non è un particolare secondario.

Nelle produzioni televisive è frequente che registi e sceneggiatori si alternino. Qui, invece, Garland ha mantenuto un controllo creativo particolarmente esteso sull'intera miniserie.

Questo contribuisce alla sua identità visiva così uniforme: gli ambienti monumentali, le pause, i movimenti misurati e quella sensazione costante che ogni personaggio stia camminando verso qualcosa di inevitabile.

Il risultato è una serie riconoscibilissima.

Naturalmente, quando un autore controlla così tanti aspetti del racconto, anche le sue debolezze diventano più evidenti. Ma preferisco un'opera con una personalità forte e qualche imperfezione a una produzione impeccabile che, dopo due giorni, non ricordo più.

Lola dice la sua: conoscere il futuro non significa capirlo

La mia valutazione di Devs parte da una distinzione.

Una serie può essere intellettualmente brillante senza essere emotivamente perfetta.

Devs è proprio questo.

La costruzione del mistero è intelligente, il progetto visivo possiede una personalità rara e il conflitto tra determinismo e libertà non viene utilizzato come semplice decorazione scientifica.

È il motore dell'intera storia.

Eppure, a tratti, Garland sembra più interessato a dimostrare la forza delle proprie idee che a lasciar vivere i personaggi fuori da esse.

Lily è una protagonista determinata, ma il suo percorso emotivo non sempre possiede la stessa intensità della vicenda che la circonda. Forest, al contrario, è forse il personaggio più interessante proprio perché le sue convinzioni nascono da una fragilità profondamente umana.

E il finale?

Lo considero coerente con l'ambizione dell'opera, ma non completamente inattaccabile sul piano della logica narrativa. È uno di quei finali che invitano a discutere, e questo è un pregio, purché non si confonda automaticamente l'ambiguità con la profondità.

Il vero merito di Devs non è offrire una risposta definitiva sul libero arbitrio. È costringerci a capire quanto desideriamo che quella risposta esista.

Il verdetto di Lola

Critica: 7,1/10 · Pubblico: 7,3/10 · Lola: 8,5/10.

Consiglierei Devs a chi ama la fantascienza filosofica, i misteri costruiti lentamente e le storie che continuano a far discutere anche dopo l'ultimo episodio.

La sconsiglierei invece a chi cerca azione continua, spiegazioni semplici e personaggi sempre immediatamente comprensibili.

Il mio 8,5 premia soprattutto il coraggio creativo, la coerenza stilistica e la capacità di utilizzare la fantascienza per interrogare la nostra idea di libertà. Non arrivo al nove perché il ritmo e alcuni passaggi emotivi avrebbero meritato una scrittura più incisiva.

Rimane una miniserie particolare, capace di trasformare un laboratorio informatico nel luogo in cui si affrontano domande antiche quanto l'umanità.

E se qualcuno riuscisse davvero a prevedere ogni nostra decisione, vorrei soltanto chiedergli una cosa: perché continuo a comprare libri quando ne ho già venti che aspettano di essere letti?

Lola Ramos

Fonti