Le immagini rupestri del Kimberley vengono ancora attribuite ad alieni e civiltà perdute. Un nuovo studio mostra come social e IA possano amplificare una vecchia falsa storia.
Una figura dagli occhi enormi, una sagoma filiforme, un titolo che promette “visitatori dalle stelle”. Nel flusso dei social bastano pochi secondi perché l’arte rupestre del Kimberley, nell’Australia occidentale, diventi la prova visiva di una civiltà scomparsa o di un contatto extraterrestre. Il 29 settembre 2026 il tema è tornato d’attualità con un’inchiesta dedicata a uno studio appena pubblicato su Australian Archaeology: le vecchie teorie pseudoarcheologiche non sono sparite, ma rischiano di essere moltiplicate dalle piattaforme e riassorbite dai sistemi di intelligenza artificiale.
Il caso riguarda soprattutto due grandi tradizioni figurative, spesso confuse online: le eleganti figure umane note con nomi diversi, fra cui Gwion Gwion, e le immagini Wandjina, legate alle comunità del blocco culturale Wanjina Wunggurr. La domanda spettacolare — “sono alieni?” — è però costruita sottraendo le immagini alla geografia, alla cronologia e alle persone che continuano a custodirle. L’indagine, quindi, non consiste nello scegliere fra archeologi e ufologi come se fossero due squadre equivalenti. Consiste nel verificare che cosa è documentato, come si datano pitture così antiche e da dove proviene l’idea di attribuirle a qualcun altro.
La notizia: una vecchia storia entra nel circuito dell’IA
L’articolo scientifico, intitolato Ancient apocalypse now: Lessons from pseudoscience in the Pacific in the face of GenAI, è stato pubblicato nel 2026. Gli autori esaminano casi del Pacifico nei quali opere indigene sono state attribuite a popolazioni “superiori”, colonizzatori preistorici o visitatori non umani. Il punto non è che un chatbot abbia già imposto universalmente queste versioni. Al contrario, i test riferiti dai ricercatori mostrano che i sistemi interrogati sanno spesso distinguere il consenso archeologico dalle narrazioni marginali.
Il rischio è più sottile. I modelli generativi apprendono da un web nel quale una tesi ripetuta migliaia di volte può apparire autorevole anche quando rimanda sempre alla stessa origine debole. Una pagina copia un video, il video cita un libro, il libro riprende una congettura ottocentesca; infine un riassunto automatico comprime tutto in una frase prudente ma ingannevole: “le origini sono controverse”. Così una disputa artificiale acquista lo stesso peso di datazioni, contesti archeologici e conoscenze tradizionali.
Che cosa dicono davvero le date
Le pitture non portano un’etichetta con l’anno di esecuzione. Per questo gli archeologi cercano materiali in rapporto fisico con il pigmento. Nel Kimberley sono particolarmente utili i nidi costruiti dalle vespe di fango. Se un residuo di nido si trova sopra il colore, deve essere più recente dell’immagine e fornisce un’età minima; se è sotto il pigmento, offre invece un limite massimo. È una parentesi cronologica, non un orologio perfetto.
Uno studio ad accesso aperto ha analizzato 24 nidi associati a 21 motivi Gwion in 14 siti, raccolti con il consenso e la partecipazione dei Traditional Owners. La maggior parte dei risultati sostiene che molte figure siano state realizzate in un intervallo relativamente ristretto, circa fra 11.500 e 12.700 anni fa. Un campione suggerisce che un motivo possa essere più antico, forse intorno a 17.000 anni, ma il quadro complessivo richiede altre misure. Gli stessi autori avvertono che i siti studiati non rappresentano necessariamente l’intera varietà geografica e stilistica.
Questi numeri stabiliscono tre cose importanti. Primo: l’arte è davvero antichissima. Secondo: il metodo misura i nidi in relazione alle immagini, non il pigmento in modo diretto. Terzo: nessun risultato indica un autore non umano. L’Australian Research Council riassume la conclusione in termini netti: le figure sono di origine aborigena e appartengono a una lunga tradizione di segnalazione dei luoghi importanti nel paesaggio.
Il trucco della somiglianza
La tesi extraterrestre nasce quasi sempre da una lettura visiva senza contesto. Una testa circolare viene paragonata al casco di un astronauta; occhi enfatizzati diventano quelli di un “grigio”; decorazioni cerimoniali sono trasformate in apparecchiature. È lo stesso procedimento che permette di vedere un razzo in un rilievo medievale o un elicottero nei segni sovrapposti di un’iscrizione egizia: prima si sceglie un oggetto moderno, poi si cerca una forma antica abbastanza vaga da ricordarlo.
Una somiglianza, tuttavia, non dimostra una relazione. Per trasformarla in ipotesi servirebbero elementi indipendenti: materiali estranei alla tecnologia locale, una cronologia coerente, testi inequivocabili, una catena di reperti verificabile. Qui questi indicatori non esistono. Esistono invece sequenze stilistiche, strumenti e oggetti raffigurati, sovrapposizioni, dati ambientali e tradizioni viventi che collocano le immagini nella storia umana del Kimberley.
Da Bradshaw agli “antichi alieni”
La dissociazione fra arte e autori indigeni non nasce con TikTok. Quando il pastoralista Joseph Bradshaw descrisse alcune figure alla fine dell’Ottocento, osservatori europei le lessero attraverso i pregiudizi del proprio tempo. Il loro dettaglio sembrava incompatibile con l’immagine coloniale, falsa e gerarchica, attribuita agli aborigeni australiani. Nel Novecento e soprattutto dagli anni Novanta l’idea di un popolo precedente, distinto dagli antenati delle comunità attuali, tornò nel dibattito pubblico.
La variante aliena aggiunge spettacolo, ma conserva lo stesso meccanismo: un’opera straordinaria viene presentata come troppo complessa per chi viveva in quel luogo. Nel 1968 Chariots of the Gods? di Erich von Däniken rese popolare su scala mondiale questo schema interpretativo, applicandolo a piramidi, statue e pitture di culture diverse. La prova consisteva quasi sempre nella meraviglia stessa: se l’opera stupisce l’osservatore moderno, allora avrebbe richiesto un aiuto esterno. È un argomento circolare, non una verifica.
La voce che manca nelle immagini virali
Per la Dambimangari Aboriginal Corporation, Wandjina e Woongudd non sono personaggi estratti da un catalogo universale di “divinità cosmiche”. Fanno parte del Country, delle acque, dei luoghi e della vita culturale Dambeemangaddee. Le immagini compaiono in grotte e ripari; artisti contemporanei le dipingono anche per insegnare la propria cultura al mondo. La comunità sottolinea inoltre che accesso, riproduzione e visita sono regolati da responsabilità e protocolli.
Questo non significa che ogni domanda debba essere vietata o che l’archeologia debba limitarsi a ripetere una sola interpretazione. Significa che un’immagine sacra non è un dato senza proprietari. Le conoscenze indigene sono localizzate, relazionali e governate da chi le mantiene. Estrarle dal contesto, ridurle a una miniatura e usarle per sostenere una narrazione aliena non è un atto neutrale: cancella l’autorità delle comunità mentre trasforma il loro patrimonio in contenuto.
Quando il motore di ricerca diventa una fonte
L’intelligenza artificiale non “crede” agli antichi alieni. Produce risposte sulla base di strutture statistiche apprese. Se il web contiene molte pagine che ripetono una falsa controversia, il modello può riprodurla; se le fonti migliori sono accessibili e ben rappresentate, può invece orientarsi verso il consenso. Il problema è quindi anche infrastrutturale: studi dietro paywall, archivi non indicizzati e contenuti comunitari protetti competono con video sensazionalistici progettati per essere condivisi.
C’è poi un secondo dilemma. Persino una risposta corretta può essere stata costruita assorbendo conoscenze pubblicate senza consenso, credito o controllo comunitario. Gli autori dello studio non chiedono di escludere l’IA dall’archeologia: ricordano che le stesse comunità la usano per rivitalizzare lingue e consultare archivi. Chiedono però che permessi, proprietà intellettuale culturale indigena e autorità interpretativa entrino nella progettazione della ricerca e dei sistemi digitali.
Una prova pratica per il lettore
Davanti alla prossima immagine “impossibile” conviene applicare cinque domande. Qual è il sito esatto e chi ne è custode? L’immagine mostra davvero ciò che la didascalia afferma, oppure è riciclata da un altro luogo? Esiste una datazione pubblicata e che cosa misura? La tesi aliena produce una previsione verificabile o si limita a una somiglianza? Le comunità legate all’opera sono citate come fonti oppure trattate come comparse?
Nel caso del Kimberley, le risposte convergono. Le pitture sono antiche, complesse e non ancora interamente comprese. Le cronologie hanno margini d’incertezza e potranno cambiare con nuovi campioni. Ma l’incertezza scientifica non apre automaticamente uno spazio agli extraterrestri: indica precisamente quali dati mancano. Tra “non sappiamo tutto” e “sono stati gli alieni” c’è un abisso probatorio.
Il mistero autentico
La domanda più interessante non è perché esseri venuti dallo spazio avrebbero dipinto le rocce australiane. È come tradizioni umane abbiano attraversato cambiamenti climatici, trasformazioni del paesaggio e migliaia di anni, lasciando immagini ancora capaci di parlare alle comunità presenti. È anche capire come un nido di vespa, sopravvissuto sulla pietra, possa restringere una cronologia di millenni.
Il mistero che resta è reale e più profondo della scorciatoia extraterrestre. Riguarda autori umani, luoghi vivi e metodi pazienti. L’IA può aiutarci a trovare studi, confrontare archivi e riconoscere schemi; può anche produrre una risposta elegante che mescola fatti e invenzioni. La differenza non la fa il tono sicuro della macchina, ma la possibilità di risalire alle fonti, controllare i passaggi e restituire autorità a chi custodisce il Country.
Fonti
- Ancient apocalypse now: Lessons from pseudoscience in the Pacific in the face of GenAI, Australian Archaeology, 2026.
- False claims about Aboriginal rock art and aliens were once fringe, The Guardian, 29 settembre 2026.
- 12,000-Year-old Aboriginal rock art from the Kimberley region, Western Australia, Science Advances, 2020.
- Dating Gwion Gwion rock art figures in the Kimberley, Australian Research Council.
- Our Culture, Dambimangari Aboriginal Corporation.
- AI is distorting archaeology and flattening Indigenous Knowledge, University of Melbourne, 21 settembre 2026.