TGO rileva HCl sopra le fratture di Alba Mons. Il gas può provenire dal magma, ma fra il segnale e un vulcano attivo mancano ancora prove decisive.
Il respiro acido di Marte: il gas che riaccende Alba Mons
di ADB – Andrea Dal Bon
Inchiesta aggiornata al 5 novembre 2026
Il primo indizio non è una colata di lava. Non c’è un pennacchio fotografato, né il bagliore di un’eruzione nella notte marziana. È soltanto una firma chimica, sottile e corrosiva: cloruro di idrogeno. L’orbiter ExoMars Trace Gas Orbiter l’ha ritrovata nella bassa atmosfera sopra le fratture settentrionali di Alba Mons, il vulcano più esteso di Marte. Il gas ricompare in più anni marziani, nello stesso settore e all’inizio dell’estate boreale. Per gli autori dello studio pubblicato il 4 novembre 2026 su Science Advances, la spiegazione più plausibile è un degassamento vulcanico dal sottosuolo. È una conclusione importante, ma non è ancora l’immagine di un vulcano attivo: fra il gas misurato e il magma ipotizzato rimane una crosta intera da attraversare.
Il vulcano che sembra dormire
Alba Mons non possiede la silhouette brutale di Olympus Mons. È uno scudo immenso e basso, disteso sulla superficie come una cupola consumata: circa 1.600 chilometri nella sua massima estensione, solcato da sistemi di fratture che tagliano soprattutto i fianchi. Le tracce più giovani dell’attività geologica regionale risalgono a tempi recenti in termini planetari — meno di un milione di anni secondo la ricostruzione citata dal gruppo — ma nessuno ha osservato lava fresca, cenere o un’eruzione contemporanea.
Fino a ieri il dossier su Marte vivo poggiava soprattutto su indizi indiretti: terreni vulcanici geologicamente giovani e terremoti registrati dalla missione InSight in aree legate al grande complesso di Tharsis. Il nuovo studio aggiunge qualcosa di diverso. Non fotografa il calore, ma segue una molecola che sulla Terra è comune nei gas magmatici e che, nell’atmosfera marziana, non dovrebbe restare a lungo senza una sorgente capace di rifornirla.
La molecola che scompariva troppo in fretta
Il cloruro di idrogeno, HCl, fu identificato senza ambiguità nell’atmosfera di Marte nel 2021 dagli spettrometri ACS e NOMAD di TGO. Le prime osservazioni mostravano quantità dell’ordine di poche parti per miliardo durante la stagione polverosa. Il gas appariva su aree vaste, cresceva insieme al vapore acqueo e poi precipitava rapidamente sotto la soglia di rilevazione. Era la prima specie contenente cloro osservata nell’atmosfera marziana moderna.

Quel comportamento indebolì subito la spiegazione vulcanica più semplice. Se l’HCl fosse uscito da un singolo apparato, perché distribuirsi su regioni enormi e seguire la polvere? I modelli chiamarono in causa reazioni fra sali clorurati della superficie, aerosol, vapore acqueo e ghiaccio. Uno studio del 2024 ha mostrato inoltre che le particelle di ghiaccio possono catturare rapidamente il gas, offrendo un meccanismo per la sua improvvisa scomparsa. La chimica atmosferica sembrava sufficiente a spiegare il mistero senza risvegliare alcun vulcano.
Ma due rilevazioni effettuate durante l’anno marziano 35 non rispettavano bene quel copione. Arrivarono nell’estate settentrionale, vicino all’afelio, quando Marte è più lontano dal Sole: non la stagione abituale dei massimi globali. E si concentravano a nord di Alba Mons. Il gruppo ha quindi avviato una ricerca dedicata negli anni marziani successivi, combinando lo spettrometro ACS con NOMAD, osservazioni da terra e immagini ad alta risoluzione del terreno.
Un’anomalia che torna nello stesso luogo
Il dato decisivo non è la semplice presenza del gas, ma la sua geografia. Le nuove rilevazioni mostrano HCl nella bassa atmosfera, con concentrazione crescente verso la superficie, sopra uno dei maggiori sistemi di fratture di Alba Mons. Il segnale si ripresenta all’inizio dell’estate boreale. La ripetizione riduce la probabilità di un episodio strumentale casuale e lega la molecola a un ambiente geologico preciso.
Qui entra in scena l’ipotesi del “respiro” sotterraneo. In un magma contenente cloro, la diminuzione di pressione durante la risalita libera gas, fra cui HCl. Le fratture possono diventare vie di fuga. Gli autori propongono che, nelle stagioni fredde, ghiaccio e terreno gelato sigillino temporaneamente i condotti; il riscaldamento estivo potrebbe riaprirli, lasciando uscire gas accumulato. È un modello coerente con luogo, quota e stagionalità. Non è ancora un’osservazione diretta del processo.

Le spiegazioni che devono ancora cadere
Per dichiarare Alba Mons vulcanicamente attivo servono esclusioni più dure. Marte possiede abbondanti sali clorurati e un’atmosfera capace di trasformazioni fotochimiche complesse. Polvere, ghiaccio d’acqua e reazioni sulla superficie possono liberare o sequestrare cloro. La domanda è se questi processi riescano a produrre proprio un segnale localizzato, vicino al suolo e ripetuto nello stesso settore durante una stagione insolita.
Gli autori considerano il degassamento magmatico la spiegazione migliore, non l’unica logicamente possibile. Mancano una misura termica di una camera calda, deformazioni del terreno osservate mentre il gas aumenta e la firma combinata di altre specie vulcaniche. Sulla Terra l’anidride solforosa accompagna spesso l’HCl ed è in genere più abbondante; su Marte la diversa composizione del magma e l’azione del suolo potrebbero alterare il rapporto, ma l’assenza di un bouquet completo di gas rende prudente la conclusione.
Dal magma alla vita: il salto più lungo
La scoperta ha inevitabilmente riaperto la domanda biologica. Se magma caldo esistesse davvero sotto Alba Mons, potrebbe incontrare ghiaccio o acqua sepolta e creare nicchie idrotermali protette dalle radiazioni della superficie. Sulla Terra ambienti simili forniscono acqua liquida, energia chimica e gradienti termici utilizzabili dai microrganismi. Per questo le fratture diventerebbero bersagli interessanti per future missioni.
Ma la catena delle inferenze va letta senza saltare anelli: è misurato l’HCl; è favorita una sorgente vulcanica; è ipotizzato magma nel sottosuolo; è possibile che quel calore incontri acqua; è speculativo che esista una biosfera. Il nuovo studio non rileva metano biologico, cellule o molecole organiche. Non prova vita presente e non dimostra neppure, da solo, acqua liquida attuale sotto Alba Mons.
Che cosa è provato e che cosa no
È documentato che TGO ha rilevato più volte cloruro di idrogeno sopra il settore settentrionale di Alba Mons e che il segnale cresce verso la bassa atmosfera. È documentata la coincidenza con un vasto sistema di fratture e la ricorrenza stagionale. È un’inferenza scientifica sostenuta che il gas possa risalire dal sottosuolo. È un’ipotesi la presenza di una camera magmatica ancora calda. Sono speculazioni, al momento, l’esistenza di un sistema idrotermale abitabile e di organismi marziani.
La prova capace di stringere il caso dovrebbe unire discipline diverse: nuove misure simultanee di HCl e altri gas, mappe termiche più sensibili, controllo delle deformazioni del suolo e una rete sismica vicina alle fratture. Un lander potrebbe analizzare isotopi e mineralogia direttamente sul posto. Finché questi tasselli mancano, “Marte vulcanicamente vivo” resta una diagnosi promettente, non un verdetto.
Il pianeta non era morto, era in silenzio
Forse il valore più profondo del segnale di Alba Mons è metodologico. Per decenni abbiamo cercato l’attività marziana con gli occhi: una colata nuova, un cratere cambiato, un pennacchio. TGO suggerisce che il pianeta possa tradirsi prima con l’olfatto remoto della spettroscopia, lasciando poche molecole nella sua atmosfera sottile.
Non abbiamo ancora visto il fuoco sotto la montagna. Abbiamo intercettato qualcosa che potrebbe provenire da quel fuoco, mentre risale lungo fratture antiche e sfugge quando il ghiaccio allenta la presa. Alba Mons non ha confessato. Ma, per la prima volta, il suo silenzio sembra avere un odore.
Documenti e fonti
- Studio su Science Advances — Trokhimovskiy, Mège e colleghi, 4 novembre 2026.
- Prima rilevazione dell’HCl — Science Advances, 10 febbraio 2021.
- Il ciclo stagionale del gas — Journal of Geophysical Research: Planets, 14 novembre 2025.
- Il contesto della missione TGO — ESA, 20 ottobre 2026.
- La notizia e le dichiarazioni degli autori — Reuters, 4 novembre 2026.