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Categoria: News dal mondo
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Gli Stati Uniti completano il ritiro dall’Iraq. Per Teheran è una vittoria strategica, per Baghdad una prova di sovranità. Ma il vuoto chi lo riempirà?

Barbara Bucci | Alfa Network | 29 settembre 2026

Dopo oltre vent’anni, gli Stati Uniti stanno completando il ritiro militare dall’Iraq. La guerra cominciata nel 2003 con le armi di distruzione di massa che non furono trovate chiude così un altro capitolo, ma lascia aperta la domanda più scomoda: Washington sta restituendo a Baghdad la propria sovranità oppure sta lasciando un vuoto che qualcun altro riempirà?

Reuters riferisce oggi che il ritiro, concordato durante l’amministrazione Biden e completato sotto Donald Trump, pone fine alla lunga presenza militare americana. Circa quattromilacinquecento militari statunitensi sono morti nel conflitto iracheno. Il costo umano per l’Iraq è stato enormemente superiore e il costo finanziario americano è stato misurato in migliaia di miliardi di dollari.

La fine di una presenza lunga due decenni

Le truppe americane erano tornate in Iraq nel 2014, dopo il ritiro del 2011, per partecipare alla coalizione contro lo Stato Islamico. Con la sconfitta territoriale del cosiddetto Califfato, Baghdad ha progressivamente chiesto che la missione internazionale cambiasse natura.

Fatto verificato: gli Stati Uniti stanno completando il ritiro previsto dall’accordo con il governo iracheno. Ciò che non significa: che Washington scompaia politicamente o militarmente dall’intera regione.

Convoglio americano in partenza da una base irachena
Il ritiro americano chiude una lunga presenza militare. Immagine editoriale originale Alfa Network, ricostruzione fotorealistica.

Teheran può davvero cantare vittoria?

Per l’Iran la partenza americana rappresenta un successo strategico evidente. Teheran ha costruito negli ultimi vent’anni una vasta rete di rapporti politici, economici e militari in Iraq, compresi legami con gruppi armati sciiti entrati successivamente nelle Forze di Mobilitazione Popolare.

Ma definire automaticamente l’Iraq una pedina iraniana sarebbe una semplificazione. Baghdad mantiene rapporti con Washington, con i paesi arabi del Golfo, con la Turchia e con l’Europa. All’interno dello stesso mondo sciita iracheno esistono inoltre forti rivalità e correnti nazionaliste poco entusiaste dell’ingerenza di Teheran.

Lettura iraniana e dei gruppi alleati: la partenza americana dimostra il fallimento dell’occupazione. Lettura statunitense: la missione ha ridotto la minaccia dello Stato Islamico e l’Iraq può assumersi maggiori responsabilità.

Lo Stato Islamico non è scomparso

Il Califfato territoriale è stato distrutto, ma cellule dello Stato Islamico continuano a operare in aree dell’Iraq e della Siria. Analisti citati da Reuters avvertono che un deterioramento della sicurezza potrebbe offrire nuovi spazi al gruppo.

Baghdad e i nuovi equilibri regionali dopo il ritiro americano
L’Iraq resta al centro della competizione regionale. Immagine editoriale originale Alfa Network, ricostruzione fotorealistica.

Il paradosso delle armi di distruzione di massa

La presenza americana in Iraq nacque dall’invasione del 2003, giustificata dall’amministrazione Bush soprattutto con l’accusa che Saddam Hussein possedesse programmi attivi di armi di distruzione di massa. Le scorte annunciate non furono trovate. Successive indagini statunitensi conclusero che l’intelligence prebellica aveva gravemente sovrastimato le capacità irachene.

Questo fatto storico è essenziale per valutare il bilancio politico della guerra. La storia, purtroppo per gli uffici stampa, conserva gli scontrini.

Un ritiro mentre Washington combatte l’Iran

Il momento è particolarmente delicato perché Stati Uniti e Iran sono contemporaneamente coinvolti in un conflitto aperto. Reuters ha riferito negli ultimi giorni di nuovi tentativi di mediazione, oscillazioni del prezzo del petrolio e dichiarazioni contrastanti sulla possibilità di un accordo.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sostiene che spetti agli Stati Uniti decidere se porre fine alla guerra. Trump ha invece negato di aver offerto a Teheran alleggerimenti delle sanzioni o sblocco di fondi in cambio di concessioni sul programma nucleare.

Baghdad vuole essere Baghdad

La narrativa più trascurata è forse quella irachena. Dopo essere stato per decenni il terreno di confronto fra Washington e Teheran, l’Iraq tenta di costruire una politica estera meno dipendente da entrambi. Il problema è che la sovranità non si misura soltanto con l’assenza di soldati stranieri, ma anche con la capacità dello Stato di controllare tutte le forze armate presenti sul proprio territorio.

Fatti, interpretazioni e propaganda

Fatti verificati: gli Stati Uniti stanno completando il ritiro militare dall’Iraq; gruppi vicini all’Iran hanno una forte presenza politica e militare nel paese; cellule dello Stato Islamico continuano a esistere.

Interpretazione iraniana: il ritiro rappresenta una sconfitta strategica degli Stati Uniti. Interpretazione americana: è la conclusione programmata di una missione. Ipotesi: l’uscita americana potrebbe aumentare l’influenza iraniana o favorire una ripresa dello Stato Islamico. Sono rischi discussi dagli analisti, non conseguenze già avvenute.

Chi ha vinto?

L’Iran vede partire il principale esercito rivale dal paese confinante. Washington elimina una missione costosa. Baghdad recupera spazio di sovranità. Lo Stato Islamico osserva eventuali crepe.

Dopo oltre vent’anni, migliaia di morti americani, un numero enormemente maggiore di vittime irachene e una quantità di denaro capace di far impallidire parecchi bilanci nazionali, gli Stati Uniti lasciano un Iraq diverso da quello che invasero. Non necessariamente quello che immaginavano.

E mentre l’ultimo convoglio attraversa il cancello, la geopolitica fa quello che sa fare meglio: non chiude una porta senza lasciare almeno tre finestre aperte.

Barbara Bucci (Babu)

Fonti