In Sudan la guerra spezza i mercati e la siccità distrugge i raccolti: l’analisi di Babu sulle responsabilità.
Sudan, la fame come secondo fronte
Il conflitto spezza i mercati, la siccità distrugge i raccolti: in Sudan la crisi alimentare è diventata un fronte della guerra. Un’indagine sulle responsabilità, i numeri e le prospettive.

Il raccolto che non arriva
In Sudan la guerra non ha bisogno di conquistare ogni villaggio per svuotarne i granai. Basta interrompere una strada, rendere impraticabile un mercato, costringere una famiglia a fuggire prima della semina. Nell'autunno del 2026 si è aggiunto un altro avversario, che non firma comunicati e non partecipa ai negoziati: la siccità. Le piogge tra luglio e settembre sono state, secondo l'analisi riportata da Reuters il 23 ottobre, le più scarse da oltre trent'anni su scala nazionale. Il risultato non è soltanto un cattivo raccolto. È un'economia rurale già spezzata dalla guerra che perde anche il suo ultimo margine di sopravvivenza.
La geografia della crisi
Darfur e Kordofan sono al centro della convergenza fra combattimenti, sfollamento e insicurezza alimentare. La guerra iniziata nell'aprile 2023 fra esercito sudanese e Forze di supporto rapido ha distrutto reti commerciali, ridotto la sicurezza degli spostamenti e ostacolato l'assistenza. Il rapporto dell'Agenzia dell'Unione europea per l'asilo, aggiornato a ottobre 2026, descrive impedimenti all'accesso umanitario attribuiti alle parti in conflitto. Non è una questione di semplice scarsità naturale: la disponibilità di cibo dipende anche da chi controlla strade, depositi e passaggi.

La siccità non assolve le armi
Il cambiamento delle precipitazioni può spiegare la riduzione della produzione agricola, non le decisioni militari. Reuters riferisce che il Programma alimentare mondiale teme centinaia di migliaia di persone in più esposte a grave insicurezza alimentare entro la fine dell'anno. La crisi dei finanziamenti ha già imposto tagli alle razioni in alcuni campi. Quando un convoglio non passa, attribuire tutto al clima è una comoda scorciatoia retorica. Quando la pioggia non arriva, attribuire tutto ai combattenti è altrettanto insufficiente. Le due dinamiche si amplificano.
I numeri, senza trucchi
Le stime non sono intercambiabili. L'analisi IPC citata da Associated Press indica circa 19,5 milioni di persone in condizioni di elevata insicurezza alimentare acuta nel maggio 2026, mentre altri rapporti utilizzano periodi, territori e soglie differenti. I dati più recenti non vanno sommati come se rappresentassero gruppi separati. Anche le cifre sulle vittime dei bombardamenti restano spesso contestate o difficili da verificare indipendentemente. In un paese con accesso limitato, la prudenza statistica non è timidezza: è il minimo sindacale del giornalismo.
Una tragedia con responsabilità precise
L'Alto commissariato ONU per i diritti umani ha documentato nel febbraio 2026 atrocità commesse dalle Forze di supporto rapido durante la conquista di El Fasher nell'ottobre precedente, qualificandole come crimini di guerra e possibili crimini contro l'umanità. È una valutazione documentale di una specifica operazione, non un lasciapassare per l'altra parte. I bombardamenti contro mercati e aree civili richiedono indagini indipendenti qualunque sia l'autore. Il rispetto del diritto umanitario non si misura dal colore dell'uniforme.

Le potenze e il prezzo del silenzio
La diplomazia internazionale parla spesso di cessate il fuoco, ma la capacità di far arrivare sementi, carburante, medicine e derrate alimentari conta almeno quanto una dichiarazione. I paesi vicini devono gestire l'arrivo degli sfollati; i donatori decidono quanto finanziare gli aiuti; i belligeranti controllano in concreto l'accesso a molte aree. Questi livelli di responsabilità non sono equivalenti. Un finanziatore può mancare un obiettivo, un gruppo armato può impedire deliberatamente un soccorso: le conseguenze possono convergere, ma i comportamenti vanno descritti separatamente.
La prossima stagione
L'allarme più serio non è la previsione di una carestia universale, che nessuna fonte attendibile autorizza a formulare, ma la possibilità di nuovi focolai di fame estrema dove i raccolti falliscono e gli aiuti restano bloccati. L'analisi diffusa dalle agenzie umanitarie il 12 ottobre indica raccolti in difficoltà e malnutrizione critica in numerose aree. Senza sicurezza per i civili, accesso per gli operatori e risorse finanziarie stabili, anche un miglioramento delle piogge potrebbe non bastare a riaprire i mercati.
La domanda che resta
La formula «guerra dell'acqua» affascina i titolisti, ma rischia di suggerire una contesa per una diga quando qui il nodo è più ampio: una guerra combattuta sopra un sistema alimentare vulnerabile, aggravata da uno shock climatico. Chi controlla il territorio controlla spesso anche le condizioni per coltivare, commerciare o ricevere soccorso. La domanda utile non è chi vincerà la battaglia del grano. È quanti civili riusciranno a vivere abbastanza a lungo da vedere il prossimo raccolto.
Fonti e documenti
- Reuters, 23 ottobre 2026: siccità e rischio fame
- ONU/Global Issues, 12 ottobre 2026: Darfur e Kordofan
- EUAA, ottobre 2026: situazione della popolazione civile
- OHCHR, 13 febbraio 2026: El Fasher
- Associated Press, ottobre 2026: analisi IPC
- UNHCR, appello Sudan 2026
Nota metodologica: dati riferiti a periodi diversi non sono cumulabili; immagini illustrative IA e non testimonianze fotografiche.