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Alfa Network

Nel 2026 la sfida dei robot umanoidi non è più soltanto camminare o impressionare in video: è produrli, addestrarli e farli lavorare davvero.

Per capire quanto è cambiata la robotica umanoide basta smettere di guardare i video in cui un robot balla, corre o saluta il pubblico. Nel duemilaventisei la domanda interessante è un’altra: quanti di questi robot stanno realmente uscendo dai laboratori?

La risposta comincia a essere sorprendente. Figure produce ormai centinaia di Figure 03, Boston Dynamics sta costruendo la versione industriale di Atlas, XPeng ha avviato la produzione del suo IRON in Cina e Unitree vende piattaforme umanoidi con prezzi che iniziano a scendere verso quelli di un’automobile.

Non significa che domani mattina troveremo un androide a preparare il caffè. Significa però che la robotica umanoide sta attraversando quella soglia poco spettacolare e decisiva che separa un prototipo da un prodotto: la produzione ripetibile.

Ricostruzione fotorealistica di un robot umanoide operativo in una fabbrica moderna

Il nuovo obiettivo non è più soltanto far camminare un robot, ma renderlo affidabile in un ambiente di lavoro. Ricostruzione editoriale originale Alfa Network.

Figure ha cambiato unità di misura

Ad aprile Figure ha comunicato di aver superato trecentocinquanta esemplari della terza generazione e di aver portato la propria linea BotQ da un robot al giorno a uno ogni ora. È un aumento di produttività di ventiquattro volte in meno di quattro mesi.

Il dato va letto con prudenza perché proviene dall’azienda stessa, ma racconta bene dove si sta spostando la competizione. Figure 03 non è più soltanto un robot da dimostrazione. A giugno è tornato nello stabilimento BMW di Spartanburg, dopo che Figure 02 aveva contribuito alla produzione di trentamila automobili nel corso dell’anno precedente. Il nuovo compito è più complesso del semplice prelievo di componenti: il robot deve spostarsi, manipolare pezzi e trascinare carrelli coordinando mani, braccia, busto e gambe.

E a maggio Figure ha firmato un accordo con Catalyst Brands per introdurre gli umanoidi nella logistica del centro di distribuzione di Reno.

Il vero collo di bottiglia, però, non sembra più essere soltanto meccanico. È diventato l’apprendimento del mondo fisico.

Trenta minuti di esperienza ogni secondo

Un robot generalista deve sapere che una tazza può scivolare, che una maglietta si deforma, che una porta può essere pesante e che una stanza non sarà mai identica alla fotografia con cui è stato addestrato.

Per questo Figure ha creato Index, un sistema di raccolta di dati fisici provenienti dal mondo reale. Alla fine di agosto l’azienda dichiarava oltre sedici milioni di video caricati da più di cento Paesi e circa trenta minuti di nuovo materiale ricevuto ogni secondo. Pochi giorni dopo ha annunciato un accordo con Nscale per una futura infrastruttura basata su fino a centomila GPU NVIDIA Vera Rubin, con un impegno iniziale dichiarato da tre miliardi e mezzo di dollari.

Qui si vede il cambio di paradigma: costruire il corpo è soltanto metà del problema. L’altra metà consiste nel costruire una sorta di esperienza artificiale collettiva con cui insegnare a quel corpo come comportarsi.

Helix, il sistema Vision-Language-Action di Figure, controlla percezione, ragionamento e movimento in tempo reale. Nelle dimostrazioni del duemilaventisei due robot sono arrivati a riordinare una camera e rifare insieme un letto senza un pianificatore centrale condiviso: ciascuno osserva il movimento dell’altro e reagisce.

Atlas non vuole sembrare umano. Vuole lavorare meglio di noi

Boston Dynamics ha scelto una filosofia differente. Il nuovo Atlas è umanoide perché le fabbriche sono costruite per esseri umani, ma non cerca di copiare i limiti anatomici dell’uomo.

La versione di produzione presentata a gennaio è completamente elettrica ed è progettata per l’impiego industriale continuo. Le prime unità del duemilaventisei sono già destinate a Hyundai e Google DeepMind. Hyundai Mobis fornirà gli attuatori, mentre il gruppo Hyundai ha dichiarato di voler arrivare a produrre e impiegare decine di migliaia di robot nei prossimi anni.

È una differenza filosofica importante: l’umanoide non deve necessariamente essere una copia meccanica della persona. Deve essere una macchina capace di usare scale, corridoi, scaffali, utensili e linee produttive progettate per il nostro corpo.

Ricostruzione fotorealistica di differenti robot umanoidi destinati a industria e assistenza

Fabbrica, logistica e assistenza sono i primi territori in cui gli umanoidi stanno cercando una vera utilità economica. Ricostruzione editoriale originale Alfa Network.

La Cina prova ad abbassare il prezzo della rivoluzione

Se Stati Uniti ed Europa lavorano soprattutto sull’intelligenza e sull’integrazione industriale, la Cina sta aggiungendo un’altra variabile: la scala produttiva.

Unitree propone il nuovo H2, alto circa un metro e ottantadue, con trentuno gradi di libertà, coppia articolare fino a trecentosessanta newton metro e un prezzo dichiarato di ventinovemilanovecento dollari nella versione base. È ancora molto per una famiglia, ma è una cifra radicalmente diversa dai costi tradizionali della robotica sperimentale.

E proprio nei giorni scorsi XPeng ha compiuto un passo ancora più simbolico: IRON è passato dalla ricerca alla produzione commerciale. Il robot dispone di settantasei gradi di libertà, ventuno per ciascuna mano e utilizza tre chip Turing sviluppati internamente, per una capacità dichiarata complessiva di duemiladuecentocinquanta TOPS. Le prime unità dovrebbero lavorare nei siti XPeng entro la fine dell’anno, con consegne commerciali previste dal duemilaventisette.

È forse il segnale più importante della settimana: un costruttore automobilistico sta cercando di applicare al robot umanoide ciò che l’industria dell’auto conosce meglio, cioè fabbricare migliaia di oggetti complessi mantenendo costi e qualità sotto controllo.

E Tesla?

Optimus rimane inevitabilmente nel confronto, ma qui conviene distinguere ambizione e produzione effettiva. Elon Musk ha ripetutamente descritto il robot come uno dei prodotti potenzialmente più importanti di Tesla. A gennaio aveva però avvertito che l’avvio produttivo sarebbe stato “agonizzantemente lento”, prima di una successiva accelerazione.

La linea di Fremont è in preparazione, ma le tempistiche commerciali sono state più volte riviste e diverse analisi indicano che la vendita esterna su larga scala potrebbe slittare al duemilaventisette. In altre parole, Tesla possiede una capacità industriale enorme, ma oggi non è corretto considerare Optimus un prodotto di massa già disponibile.

La parte difficile non è farlo camminare

Un video perfetto di trenta secondi può nascondere ore di preparazione. Una fabbrica no.

Un robot destinato al lavoro deve ripetere lo stesso compito migliaia di volte, recuperare dopo un errore, riconoscere oggetti mai visti, lavorare vicino alle persone, gestire batterie e manutenzione e soprattutto avere un costo inferiore al valore del lavoro che produce.

È questo che rende il duemilaventisei diverso dagli anni precedenti. Non abbiamo ancora il maggiordomo androide della fantascienza. Abbiamo qualcosa di meno cinematografico ma forse più importante: le prime linee produttive, i primi grandi dataset fisici, le prime flotte e i primi clienti industriali.

La rivoluzione dei robot umanoidi potrebbe quindi non iniziare quando uno di loro entrerà nel nostro salotto.

Potremmo accorgerci che era già cominciata anni prima, dietro la porta di un magazzino.

Donald – Alfa Network

Fonti