Un oggetto attraversa lo schermo in un decimo di secondo. Ma senza distanza, traiettoria e dati del sensore, il filmato non può dire se sia un uccello vicino o un velivolo lontano a Mach 5.
Un punto attraversa lo schermo in un decimo di secondo. È un uccello vicino al sensore oppure un velivolo di decine di metri lanciato a velocità ipersonica? Nei filmati militari del programma PURSUE, la risposta non è nascosta nei pixel: mancano le misure che trasformano un movimento apparente in una velocità reale.
Il fascino di molti video UAP nasce da un’impressione immediata: qualcosa sfreccia nel campo visivo e sembra troppo rapido per essere convenzionale. Ma la rapidità sullo schermo non coincide automaticamente con quella nello spazio. Un insetto a pochi metri, un uccello a poche decine di metri e un grande oggetto lontano possono percorrere la stessa porzione del fotogramma nello stesso tempo. Senza conoscere la distanza, il sensore vede soprattutto angoli.
È il punto centrale dello studio Limits on Kinematic Inference from the PURSUE Airborne Sensor Videos, depositato il 12 agosto 2026 e aggiornato il 28 agosto da Jacob Haqq-Misra e Ravi Kopparapu. Il lavoro, inviato al Journal of Aerospace Information Systems ma disponibile come preprint, esamina 112 filmati ripresi da sensori aerotrasportati e diffusi nelle prime cinque raccolte PURSUE. La conclusione è tanto netta quanto scomoda: nessuno dei video pubblici contiene tutte le informazioni necessarie per ricostruire la velocità fisica dell’oggetto.
Il fotogramma misura angoli, non chilometri orari
Da un file video si possono ricavare il numero di pixel percorsi per fotogramma, la frequenza dei fotogrammi e le dimensioni dell’immagine. Questi dati descrivono il movimento apparente. Per convertirlo in metri al secondo servono però almeno quattro grandezze ulteriori: la scala angolare o il campo visivo della camera, la distanza fra sensore e oggetto, l’angolo fra la traiettoria e la linea di vista, e la velocità della piattaforma che osserva.
La relazione essenziale è semplice: la velocità trasversale relativa è il prodotto fra velocità angolare e distanza. Se la distanza raddoppia, a parità di spostamento sullo schermo raddoppia anche la velocità necessaria. Se poi il sensore si trova su un aereo in movimento, entra in gioco la parallasse: il bersaglio può sembrare correre sullo sfondo proprio perché è l’osservatore a spostarsi rapidamente.
Non basta quindi contare i pixel. Occorre sapere che cosa rappresentino nel cielo. Nei filmati PURSUE, secondo gli autori, il campo visivo non è dichiarato, la distanza non compare, la traiettoria dell’aereo è assente e molte informazioni del display sono coperte da rettangoli neri. Per gli oggetti mantenuti al centro dal sistema di tracciamento il problema è ancora più radicale: il movimento vicino allo zero è prodotto dal sensore che ruota per inseguire il contatto, non dimostra che il contatto sia fermo.
Che cosa contengono davvero i 112 video
Haqq-Misra e Kopparapu hanno classificato il corpus in tre gruppi. In 43 clip l’oggetto attraversa il campo visivo; in 33 viene mantenuto sotto tracciamento; in 36 compaiono entrambe le condizioni in momenti diversi. Settantanove video mostrano un solo oggetto, 33 più oggetti. Questa catalogazione è un fatto documentato dal lavoro, non una valutazione sull’origine dei contatti.
Il dato decisivo è che la velocità della piattaforma e l’angolo della traiettoria mancano in tutti i 112 casi. Anche la scala angolare è normalmente assente. Gli autori insistono su un limite fisico, non su un difetto di abilità analitica: una singola camera che registra soltanto direzioni non può restituire da sola la componente radiale del movimento. Nessun algoritmo può ricreare una distanza che non è mai stata misurata.
La cautela coincide con quella espressa nel rapporto indipendente NASA sugli UAP: le analisi sono spesso ostacolate da sensori poco calibrati, assenza di misure multiple, metadati incompleti e mancanza di dati di riferimento. La NASA raccomanda osservazioni multisensore ben caratterizzate, perché una ripresa affascinante non equivale a un esperimento misurabile.
PR113: da un uccello vicino a Mach 5
Il caso più istruttivo è DOW-UAP-PR113, registrato negli Stati Uniti occidentali nel 1996. Il corpo scuro appare in appena quattro fotogrammi progressivi e attraversa la scena in circa un decimo di secondo, con una traiettoria lineare. È l’unico filmato del campione in cui una scala angolare impressa sul display permette agli autori di stimare il campo visivo, assunto pari a circa 54 gradi.
Questa informazione consente di calcolare la velocità angolare: circa 2,10 radianti al secondo. Ma il passaggio decisivo resta impossibile, perché distanza e geometria della traiettoria non sono note. La stessa immagine, larga appena una ventina di pixel, è compatibile con un piccolo animale vicino alla camera oppure con un oggetto molto più grande e lontano. Nel modello del paper, combinazioni diverse di distanza e angolo possono produrre tanto velocità subsoniche quanto valori equivalenti a Mach 5.
Non significa che nel filmato ci siano contemporaneamente un uccello e un velivolo ipersonico. Significa che i dati pubblici non permettono di scegliere fra scenari cinematicamente molto diversi. “Mach 5” non è una misura del caso: è un esempio di ciò che la stessa traccia apparente potrebbe implicare se l’oggetto fosse grande e distante.
PR149: la nave che impone un limite
Il secondo esempio, DOW-UAP-PR149, mostra perché un riferimento noto può cambiare l’analisi. La clip, girata in Medio Oriente nel 2023, riprende un contatto compatto che attraversa il campo mentre sotto compare una nave mercantile. Stimando lo scafo fra 150 e 200 metri e confrontando la traccia con la sua lunghezza apparente, gli autori ricavano un limite superiore alla componente trasversale della velocità relativa: circa 99-132 metri al secondo, ossia Mach 0,3-0,4, se oggetto e nave si trovano alla stessa distanza dal sensore.
Se il contatto è più vicino del riferimento, la velocità sarebbe inferiore. Il rapporto fra le due distanze resta sconosciuto, quindi non è possibile identificarlo, ma si può escludere per quella geometria una corsa supersonica relativa. È un risultato più modesto di una soluzione, eppure scientificamente più robusto di un numero spettacolare ricavato senza scala.
Fatti, ipotesi e speculazioni
Fatti documentati. Esistono 112 filmati pubblici analizzati nel preprint; molte sovrimpressioni risultano oscurate; nessuna clip contiene l’insieme completo di distanza, movimento della piattaforma, geometria e campo visivo. PR113 conserva una scala angolare ricostruibile; PR149 include una nave utilizzabile come riferimento.
Ipotesi tecniche. Un contatto può essere un uccello, un pallone, un velivolo, un artefatto del sensore o qualcosa di non ancora identificato. In PR113 l’ipotesi dell’uccello vicino è compatibile con i dati, ma non è dimostrata. In PR149 il riferimento navale limita la velocità, non determina la natura dell’oggetto.
Speculazioni. Definire queste tracce “ipersoniche”, “non umane” o extraterrestri sulla sola base del rapido attraversamento del fotogramma supera ciò che i dati consentono. Anche l’affermazione opposta — che siano tutte spiegazioni banali — sarebbe eccessiva. Il limite dello studio vale in entrambe le direzioni: i video non provano né escludono cinematiche anomale.
Che cosa servirebbe per una verifica reale
Per trasformare i filmati in casi analizzabili occorrerebbero i file nativi, la cronologia dello zoom e del campo visivo, gli angoli di puntamento, la posizione e la velocità dell’aereo, una misura di distanza o una traccia radar correlata, i tempi non alterati e le informazioni sulla stabilizzazione. Sarebbero preziosi anche dati meteorologici, vento, assetto del sensore e riprese sincronizzate da una seconda posizione.
Alcuni elementi potrebbero essere classificati per ragioni operative. Ma la conseguenza scientifica non cambia: se la protezione delle fonti impone di oscurare le variabili indispensabili, il materiale pubblico può documentare che un equipaggio registrò qualcosa, non quanto rapidamente quel qualcosa si muovesse. La trasparenza amministrativa e la verificabilità scientifica non sono la stessa cosa.
Il dossier PURSUE offre dunque una lezione più interessante del titolo sensazionalistico. Il mistero non è soltanto ciò che attraversa lo schermo, ma la distanza fra un’immagine e una misura. Finché quella distanza resta coperta dai rettangoli neri, Mach 5 è una possibilità matematica fra molte, non un fatto osservato.
Fonti
- Jacob Haqq-Misra e Ravi Kopparapu, Limits on Kinematic Inference from the PURSUE Airborne Sensor Videos, arXiv:2608.12445v2, 28 agosto 2026.
- NASA, Unidentified Anomalous Phenomena Independent Study Team Report, 14 settembre 2023.
- U.S. Department of War, archivio pubblico PURSUE/UAP, consultato il 28 settembre 2026.