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Diciotto crani feriti e un rito rimasto controverso per un secolo: la scienza forense riapre il caso dei servitori sepolti con i primi faraoni.

Per oltre un secolo, quarantasei crani custoditi a Cambridge hanno conservato una risposta che gli archeologi del primo Novecento non seppero leggere. Provengono dalle tombe secondarie di Abido, dove funzionari, artigiani e persone della corte furono sepolti intorno ai complessi funerari dei primi sovrani d’Egitto. Diciotto mostrano lesioni prodotte in prossimità della morte. È il segno che alcuni di quei servitori furono uccisi per accompagnare il re nell’aldilà?

Il nuovo studio di Roselyn A. Campbell, pubblicato il 5 ottobre 2026 su Frontiers in Environmental Archaeology, riapre uno dei capitoli più oscuri della nascita dello Stato faraonico. Non annuncia la scoperta di un rito sconosciuto: il sospetto del sacrificio umano risale agli scavi di William Matthew Flinders Petrie. La novità è che metodi bioarcheologici e forensi moderni hanno riconosciuto traumi che un secolo fa erano stati scambiati per danni avvenuti dopo la sepoltura.

La città dei morti intorno ai primi re

Umm el-Qaab, presso Abido nell’Alto Egitto, ospita le tombe dei sovrani della Prima dinastia, collocata dallo studio fra circa il 3078 e il 2900 a.C. Accanto alle camere reali e ai recinti cerimoniali di mattoni crudi compaiono file e gruppi di sepolture individuali. Alcune conservavano pettini d’avorio con il nome del re, utensili di rame, coltelli di selce, recipienti di pietra e stele con nomi o titoli.

Non erano tombe anonime di una massa indistinta. Le iscrizioni superstiti parlano di portatori di sigillo, ispettori, artigiani, medici, amici e donne indicate con un termine che può significare “signora”. La vecchia immagine di un “harem” reale, alimentata dall’orientalismo degli archeologi ottocenteschi e novecenteschi, non trova conferma sicura. Il quadro più prudente è quello di una corte differenziata per incarichi e status.

La disposizione pose subito un problema. Molte tombe sembravano riempite e chiuse in un’unica occasione, come se la morte del sovrano avesse trascinato con sé una parte della sua casa. Petrie pensò al sacrificio dei retainer, persone destinate a continuare il proprio servizio nell’aldilà. Non individuò però ferite mortali. Propose persino che alcuni fossero stati sepolti vivi, basandosi sulla posizione insolita dei corpi. Altri studiosi avanzarono una spiegazione meno cruenta: morti naturali, sepolti o trasferiti gradualmente vicino al re.

Ricostruzione editoriale di un esame bioarcheologico su un cranio proveniente da Abido
Ricostruzione editoriale. L’analisi moderna distingue le fratture avvenute vicino alla morte dai danni prodotti da scavo, trasporto, conservazione e secoli di alterazione.

Diciotto crani su quarantasei

Campbell ha riesaminato i crani conservati nella Duckworth Collection dell’Università di Cambridge. Appartengono alle tombe sussidiarie dei recinti funerari di Djer, Djet e della regina Merneith. Escludendo due individui rappresentati soltanto dalle mandibole, il campione comprende quarantasei crani.

In diciotto casi, pari al trentanove per cento del gruppo esaminato, sono state osservate lesioni craniche perimortali potenzialmente letali. Le più frequenti sono fratture lineari della volta cranica. Compaiono inoltre ferite da forza tagliente: una penetrazione laterale e, in un caso, un colpo che raggiunse la regione dell’occhio. “Perimortale” non significa che sia noto il minuto esatto della lesione; indica che il trauma avvenne quando l’osso era ancora fresco, in prossimità della morte, e non secoli dopo su resti già secchi.

Le caratteristiche delle fratture non sembrano corrispondere alla mazza cerimoniale con cui il faraone viene spesso raffigurato mentre abbatte i nemici. Campbell considera più compatibili strumenti larghi e relativamente piatti, forse di legno o di palco animale. È una ricostruzione dell’arma basata sulla morfologia delle lesioni, non il ritrovamento dell’oggetto effettivamente usato.

Il dato modifica radicalmente il vecchio dilemma. Petrie probabilmente vide almeno parte delle fratture, ma le attribuì a deterioramento post mortem. All’epoca la bioarcheologia non esisteva ancora come disciplina autonoma; i medici chiamati a valutare i reperti erano esperti di corpi viventi, non necessariamente di ossa antiche e processi tafonomici. Oggi colore, bordi, propagazione e risposta dell’osso consentono una diagnosi molto più informata.

Che cosa dimostra davvero la violenza

Le lesioni dimostrano che molti individui subirono traumi intorno al momento della morte. Il contesto — sepolture associate alla corte, collocate accanto ai recinti reali e apparentemente sincronizzate con il funerale — rende il sacrificio di accompagnamento un’interpretazione forte. Ma non ogni morte violenta è automaticamente un sacrificio rituale, e non ogni persona sepolta nel complesso deve avere avuto la stessa sorte.

Per collegare una ferita a un rituale servono più indizi convergenti: cronologia delle deposizioni, architettura, trattamento dei corpi, identità sociale e ripetizione del modello. Il dossier di Abido ne offre diversi, ma non conserva una testimonianza scritta che descriva l’esecuzione. Non sappiamo chi impartì l’ordine, quale cerimonia accompagnò le morti, se furono impiegati sedativi o costrizioni, né se le vittime fossero consenzienti.

L’idea che qualcuno potesse considerare un privilegio servire eternamente il sovrano è culturalmente possibile, ma rimane un’ipotesi. Lo stesso vale per l’immagine opposta di persone terrorizzate e costrette. Le ossa registrano la violenza; non conservano il pensiero di chi la subì.

Ricostruzione editoriale delle tombe sussidiarie presso un recinto funerario della Prima dinastia ad Abido
Ricostruzione editoriale del contesto. Le tombe sussidiarie circondavano i complessi reali e in diversi casi sembrano essere state chiuse in occasione dello stesso evento funerario.

Il grande limite: sopravvive solo una frazione

Il numero diciotto è impressionante, ma non va isolato dal problema del campione. I crani studiati rappresentano soltanto fra il cinque e il quindici per cento della popolazione originariamente sepolta presso ciascun recinto. Le tombe erano già state disturbate nell’antichità; molti resti furono danneggiati, perduti o separati durante scavo e trasporto. Le ossa postcraniali furono reinterrate insieme, rendendo oggi quasi impossibile ricongiungerle con sicurezza ai rispettivi crani.

Petrie trattò inoltre diversi reperti con paraffina per consolidarli. Strati di cera e grumi di terreno occultano parti della superficie ossea. La sola analisi del cranio rende meno affidabili anche le stime di sesso rispetto a quelle ottenibili dal bacino. Tutto questo impedisce di estrapolare il trentanove per cento all’intera popolazione delle tombe.

Per i ventotto crani privi di lesioni riconoscibili, l’assenza di trauma non prova una morte naturale. Soffocamento, strangolamento, avvelenamento, dissanguamento da ferite ai tessuti molli e altre cause possono non lasciare tracce sul cranio. Allo stesso tempo, non sarebbe corretto dichiarare sacrificate tutte le persone soltanto perché sepolte vicino al re. La conclusione sostenibile è più precisa: almeno una parte del gruppo subì una violenza potenzialmente letale in prossimità della morte.

Un rito breve all’alba dello Stato

Le tombe secondarie aumentano dopo Aha, raggiungono numeri elevati sotto alcuni successori e diminuiscono rapidamente fino a scomparire con l’inizio della Seconda dinastia. Il sacrificio dei servitori, se questa lettura è corretta, non fu quindi una costante dei tremila anni di storia faraonica, ma una pratica concentrata nella fase in cui il potere monarchico stava definendo la propria forma.

In epoche successive, figure funerarie e modelli di servitori avrebbero assunto simbolicamente compiti destinati al defunto. Non esiste una linea semplice che permetta di dire che le statuette sostituirono immediatamente persone reali, ma il confronto illumina un cambiamento fondamentale: il lavoro nell’aldilà poteva essere delegato a un’immagine, non più necessariamente a un corpo.

Il mistero di Abido non è soltanto capire se avvennero sacrifici. È comprendere come una delle prime monarchie territoriali trasformò rapporti di servizio, gerarchia e dipendenza in un ordine eterno. Le nuove lesioni non ricostruiscono l’intera cerimonia, ma rompono il silenzio archeologico: alcuni membri della corte non si limitarono a essere sepolti accanto ai sovrani. Arrivarono alla tomba dopo aver subito colpi che, con ogni probabilità, contribuirono alla loro morte.

Fonti