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Nel 1983 un ufficiale dell’esercito americano consegnò ai suoi superiori un rapporto che esplorava una possibilità radicale: addestrare la mente a osservare luoghi lontani, esplorare stati nei quali il tempo sembrava perdere consistenza e raccogliere informazioni senza muovere il corpo. Il Progetto Gateway, dietro le cuffie e gli esercizi di rilassamento, nascondeva una domanda strategica: fino a dove può arrivare un osservatore che non deve attraversare fisicamente lo spazio?

PROGETTO GATEWAY: QUANDO L’INTELLIGENCE AMERICANA VOLEVA SUPERARE I CONFINI DELLA COSCIENZA

Nel 1983 un ufficiale dell’esercito americano consegnò ai suoi superiori un rapporto che esplorava una possibilità radicale: addestrare la mente a osservare luoghi lontani, esplorare stati nei quali il tempo sembrava perdere consistenza e raccogliere informazioni senza muovere il corpo. Il Progetto Gateway, dietro le cuffie e gli esercizi di rilassamento, nascondeva una domanda strategica: fino a dove può arrivare un osservatore che non deve attraversare fisicamente lo spazio?

Una stanza silenziosa, un paio di cuffie

Ricostruzione editoriale di una postazione di ascolto
Ricostruzione editoriale di una postazione di ascolto. Non rappresenta una sessione militare autentica.

La stanza è tranquilla. Una persona si sdraia, indossa le cuffie e chiude gli occhi. Una voce la accompagna attraverso esercizi di respirazione e rilassamento. Suoni differenti raggiungono le due orecchie; l’attenzione si concentra su sensazioni sempre più sottili. Il corpo deve riposare, ma la mente è chiamata a restare vigile.

È una ricostruzione del tipo di lavoro previsto dall’addestramento Gateway, non il verbale di una specifica sessione militare. Ma è da qui che preferisco partire: da ciò che i partecipanti cercavano concretamente di fare. Non stavano semplicemente ascoltando musica per meditare. Imparavano a riconoscere e, nelle intenzioni del metodo, a riprodurre particolari stati di coscienza.

Il 9 giugno 1983 il tenente colonnello Wayne M. McDonnell firmò Analysis and Assessment of Gateway Process, un rapporto destinato all’ambiente dell’US Army Intelligence and Security Command. Aveva ricevuto l’incarico di studiare i meccanismi della Gateway Experience e valutarne l’utilità pratica. Partecipò personalmente all’addestramento e discusse con un medico le teorie di Itzhak Bentov, uno degli autori che più influenzarono la sua interpretazione.

Quello che ne uscì non fu un manuale di spiritualità. McDonnell tentò di mettere in relazione un metodo di addestramento, una teoria della coscienza e un possibile impiego nella raccolta di informazioni. La firma è dell’esercito americano; la CIA conserva una delle copie oggi consultabili. È una distinzione utile per comprendere la storia del fascicolo, non una sottigliezza burocratica.

Il documento nasceva nel clima della Guerra fredda. Satelliti, aerei da ricognizione, intercettazioni e agenti sul territorio offrivano strumenti potenti, ma non onnipresenti. Un edificio poteva essere fotografato dall’alto senza rivelare ciò che conteneva. Una conversazione poteva sfuggire alle intercettazioni. Un agente non poteva entrare ovunque.

E se, accanto a questi strumenti, fosse stato possibile impiegare un osservatore capace di rivolgere la propria attenzione verso un bersaglio senza raggiungerlo fisicamente? È in questa prospettiva che la Gateway Experience acquistava interesse militare.

Dentro il metodo Monroe

Robert Monroe proveniva dal mondo della radio e della produzione sonora. Le esperienze che descrisse come separazioni della coscienza dal corpo lo portarono a sviluppare tecniche di esplorazione interiore e registrazioni per accompagnarle. Il suo sistema divenne noto come Hemi-Sync.

Un elemento acustico del metodo era costituito dai battimenti binaurali. Se un orecchio riceve un tono e l’altro ne riceve uno leggermente diverso, l’ascoltatore può percepire una pulsazione alla frequenza corrispondente alla differenza. Monroe combinava i segnali sonori con indicazioni vocali, esercizi di attenzione e visualizzazioni. McDonnell riteneva che queste tecniche potessero favorire condizioni di sincronizzazione dell’attività cerebrale.

La tecnologia, però, era soltanto una parte dell’esperienza. Il lavoro più impegnativo spettava al partecipante.

All’inizio di un esercizio poteva comparire l’Energy Conversion Box: un contenitore immaginario nel quale riporre temporaneamente preoccupazioni, pensieri e tensioni quotidiane. Seguivano la respirazione risonante, un’affermazione intenzionale e la visualizzazione di un campo protettivo, il Resonant Energy Balloon, spesso abbreviato in REBAL. Non si trattava di apparecchi fisici. Erano strumenti mentali del percorso, concepiti per favorire concentrazione e stabilità.

Poi veniva il lavoro sui livelli Focus. La numerazione non indicava minuti di registrazione o profondità misurate da uno strumento: identificava condizioni dell’esperienza soggettiva che l’allievo doveva imparare a riconoscere.

Focus 10 era la base: «mente sveglia, corpo addormentato». Il partecipante cercava un rilassamento fisico profondo senza perdere la continuità dell’attenzione. In Focus 12 il metodo proponeva una consapevolezza ampliata, meno vincolata alle sensazioni del corpo e della stanza. Focus 15 veniva associato a una condizione nella quale il tempo ordinario sembrava sospendersi. Focus 21 rappresentava una soglia ulteriore, descritta nel linguaggio del programma come confine del sistema di realtà fisica.

Questi livelli appartenevano a una progressione di addestramento. Non bisogna immaginare che ogni seduta attraversasse necessariamente tutte le tappe, una dopo l’altra. L’idea era imparare a entrare in una condizione, riconoscerla, tornarvi e orientare l’esperienza verso un obiettivo.

Anche l’uscita aveva un suo posto: il ritorno graduale alla normale vigilanza e il recupero del ricordo della sessione. È un dettaglio meno spettacolare del viaggio extracorporeo, ma rivela la natura pratica del metodo. Un’esperienza dimenticata appena aperti gli occhi sarebbe stata di ben poca utilità per chi cercava informazioni.

Il punto in cui la meditazione incontra l’intelligence

Nella sezione trenta McDonnell passa in rassegna diverse tecniche Gateway. Alcune riguardano la vita individuale: lavorare su un problema, immaginare un obiettivo futuro attraverso il patterning, intervenire su abitudini e stati emotivi. Fra le altre compare il remote viewing, la visione a distanza.

Pensiamo a un obiettivo concreto. Un deposito oltre confine, una sala riunioni, un’installazione sotterranea. Un osservatore riceve un bersaglio e, durante una sessione, tenta di descriverne caratteristiche e contenuto. Se il metodo funzionasse nel modo sperato dai suoi sostenitori, la distanza non richiederebbe né un viaggio né l’accesso a una rete di comunicazione.

Ecco perché l’interesse militare non può essere ridotto alla curiosità per i fenomeni paranormali. La prospettiva era una fonte di informazioni diversa dalle altre: potenzialmente discreta, priva di presenza fisica sul posto e, nelle ipotesi più ambiziose, non limitata neppure al momento presente.

Ma come poteva una mente raggiungere ciò che i sensi non raggiungono? McDonnell dedicò molte pagine a cercare una risposta.

Un universo costruito come un ologramma

Tavola originale «Exhibit 5» del rapporto: rappresentazione del toroide universale nel modello discusso da McDonnell
Tavola originale «Exhibit 5» del rapporto: rappresentazione del toroide universale nel modello discusso da McDonnell.

Il ragionamento parte dal corpo. McDonnell riprende le idee di Itzhak Bentov sulle oscillazioni fisiologiche, sulla risonanza e sulle possibili relazioni fra organismo e ambiente. Poi sposta l’attenzione dal corpo alla struttura stessa della realtà.

L’immagine decisiva è quella dell’ologramma. A differenza di una fotografia ordinaria, un ologramma distribuisce l’informazione sull’immagine in modo particolare: una sua porzione può ancora restituire l’insieme, anche se con meno dettaglio. McDonnell vede in questa proprietà un modello per immaginare un universo nel quale l’informazione non dipenda soltanto dalla vicinanza fisica.

Nella sua ricostruzione compaiono Karl Pribram, David Bohm e una cosmologia in cui energia e informazione sono rappresentate attraverso strutture toroidali. Non è una singola teoria presa in prestito da un fisico. È una sintesi personale, nella quale il tenente colonnello collega concetti provenienti da discipline diverse.

Il passaggio che mi interessa è il seguente: se la coscienza potesse entrare in relazione con una struttura informativa distribuita, forse l’osservazione non dovrebbe sempre seguire il percorso dei sensi. In questo modello, la distanza perderebbe una parte del suo significato abituale.

Si può discutere a lungo sulla validità di una simile costruzione. Per capire il documento, però, occorre seguirne la logica fino alle conseguenze operative. McDonnell non cercava soltanto una spiegazione per le esperienze raccontate da Monroe. Cercava un metodo che consentisse di orientarle verso un bersaglio e riportarne qualcosa di riconoscibile.

Il problema non era più soltanto «uscire dal corpo». Era tornare con un’informazione.

Le dieci cifre dall’altra parte del continente

Estratto della sezione 33 della scansione inglese originale: il racconto dei dieci numeri generati al computer
Estratto della sezione 33 della scansione inglese originale: il racconto dei dieci numeri generati al computer.

Fra i passaggi del rapporto, quello che continuo a trovare più intrigante è la sezione trentatré. McDonnell riferisce il racconto di un istruttore del Monroe Institute: durante numerosi tentativi, partecipanti in presunto stato extracorporeo avrebbero cercato di leggere dieci cifre generate da un computer in un laboratorio universitario, dall’altra parte degli Stati Uniti.

L’immagine è essenziale. Da un lato una persona impegnata in una sessione; dall’altro un computer che produce una sequenza numerica. L’osservatore dovrebbe raggiungere mentalmente il luogo e riportare ciò che vede.

Non c’è un paesaggio da descrivere liberamente, né un’impressione da interpretare a posteriori. Ci sono dieci posizioni e dieci cifre. Secondo l’istruttore, nella maggior parte dei tentativi i partecipanti avrebbero riconosciuto abbastanza numeri da convincerlo che la loro coscienza avesse effettivamente raggiunto il bersaglio. Nessuno, aggiunge McDonnell, riuscì però a leggere correttamente l’intera sequenza.

È qui che il documento diventa ancora più interessante. L’ufficiale non considera gli errori soltanto come fallimenti. Prova a capire da dove possano provenire.

Immagina che l’osservatore incontri tracce di eventi precedenti, oppure immagini prodotte dalla propria attività mentale. Considera anche una possibile inversione percettiva, richiamando la visione pseudoscopica. Il bersaglio, nel suo modello, potrebbe essere raggiunto ma interpretato male: informazioni appartenenti a tempi diversi si sovrapporrebbero nella stessa esperienza.

Il laboratorio e l’istruttore non sono identificati nel rapporto con elementi sufficienti a ricostruire le prove individuali. Questo limita ciò che oggi possiamo ricavare dal racconto, ma non esaurisce la sua importanza storica. McDonnell aveva individuato un problema pratico: come separare un’impressione autentica, ammesso che vi fosse, dalle distorsioni che l’accompagnavano?

La sua risposta compare poche pagine dopo.

Tre persone, un bersaglio, tre tempi

Estratto originale della conclusione, punto H: proposta di tre osservatori e confronto dei rispettivi resoconti
Estratto originale della conclusione, punto H: proposta di tre osservatori e confronto dei rispettivi resoconti.

La sezione trentotto è l’ultima del rapporto. McDonnell presenta dodici proposte operative, contrassegnate dalle lettere A alla L. Vi compaiono addestramento Hemi-Sync, tecniche ipnotiche, esercizi legati al sonno REM e procedure di osservazione.

Al punto H il progetto assume una forma che non mi aspettavo di trovare in un memorandum militare.

Tre osservatori dovrebbero entrare contemporaneamente in uno stato extracorporeo e dirigersi verso lo stesso bersaglio. Il primo lo osserverebbe nel presente ordinario. Il secondo, operando in Focus 15, cercherebbe di coglierne il passato immediato. Il terzo, in Focus 21, si rivolgerebbe al futuro immediato. Al termine, ciascuno verrebbe interrogato separatamente e i tre resoconti sarebbero confrontati.

L’idea nasce direttamente dal problema delle dieci cifre. Se le percezioni sono confuse perché mescolano tempi differenti, McDonnell propone di assegnare a ogni osservatore una prospettiva temporale specifica. Il confronto finale dovrebbe aiutare a riconoscere le sovrapposizioni.

Nel rapporto c’è anche l’ipotesi che il fatto di partire insieme, dallo stesso ambiente, favorisca una sorta di risonanza fra le coscienze. È un dettaglio rivelatore: l’autore cerca di trasformare una teoria generale in istruzioni per un gruppo di lavoro.

Non stiamo leggendo il resoconto di tre sessioni già compiute. È il protocollo che McDonnell suggerisce di tentare. La distinzione conta perché la proposta, da sola, racconta un’ambizione straordinaria: non soltanto osservare un luogo lontano, ma esplorarlo attraverso tre differenti rapporti con il tempo.

Per chi lavora nell’intelligence, il vantaggio immaginato è evidente. Un’informazione sul presente può arrivare troppo tardi. Conoscere un evento appena trascorso può aiutare a ricostruirlo. Anticiparne uno imminente, se fosse possibile, cambierebbe completamente il significato della ricognizione.

L’istruttore di Charlottesville e il sonno REM

Un altro episodio ci porta a Charlottesville, in Virginia. McDonnell riferisce quanto Robert Monroe raccontò durante una classe conclusa il 7 maggio 1983. Un suo ex istruttore, attivo in quella città, sosteneva di ottenere esperienze extracorporee sfruttando la fase REM del sonno e l’impiego delle registrazioni Hemi-Sync.

Il percorso era diverso da quello di una persona che parte dalla piena veglia. L’istruttore cercava di utilizzare una fase nella quale l’attività onirica è intensa, accompagnando il partecipante verso una maggiore consapevolezza dell’esperienza e il suo successivo ricordo.

Mi colpisce il fatto che McDonnell si soffermi sul recupero della memoria. Per lui non bastava attraversare uno stato insolito. Occorreva conservare abbastanza lucidità da riconoscere ciò che accadeva e ricordarlo dopo il risveglio. È lo stesso problema che incontriamo nelle dieci cifre: senza un resoconto utilizzabile, l’esperienza resta privata.

Il nome dell’ex istruttore non compare. È una delle figure che meriterebbero una ricerca storica a parte, insieme ai programmi delle classi e alle testimonianze di chi partecipò agli esperimenti di quegli anni.

La pagina venticinque, fra documento e leggenda

Facsimile della pagina 25 reintegrata nella copia di 30 pagine
Facsimile della pagina 25 reintegrata nella copia di 30 pagine. La sua provenienza è distinta dalla scansione governativa incompleta.

Gateway è diventato celebre anche per una pagina assente nella copia governativa più diffusa. Nella scansione di ventinove pagine manca il foglio numerato venticinque; una versione integrata di trenta pagine lo restituisce al lettore.

Quel testo prosegue il ragionamento di McDonnell sui sistemi di credenze, sull’universo olografico e sui collegamenti che l’autore intravede con differenti tradizioni spirituali. Completa un passaggio importante della sua visione della coscienza.

Capisco perché l’assenza abbia attirato tanta attenzione. Ma, dopo aver attraversato il rapporto per intero, il mio sguardo torna altrove: al momento in cui un ufficiale propone di affidare lo stesso bersaglio a tre persone e a tre prospettive temporali. La pagina recuperata ci aiuta a comprendere il pensiero di McDonnell. Il punto H ci mostra che cosa sperava di farne.

Che cosa rimase di quella ricerca?

Negli anni successivi gli Stati Uniti continuarono a confrontarsi con la questione della visione a distanza. Nel 1995 una valutazione commissionata agli American Institutes for Research esaminò i risultati di quel filone di ricerche e il suo valore operativo. Il dibattito scientifico fu acceso; sul piano dell’intelligence emersero difficoltà nell’ottenere informazioni specifiche e affidabili.

Non era una valutazione del singolo esperimento Gateway, ma aiuta a capire la distanza fra l’interesse suscitato da un’idea e il suo impiego concreto. Anche gli studi moderni sui battimenti binaurali mostrano un quadro articolato, con risultati non uniformi sull’attività cerebrale. La ricerca sul suono è proseguita; la promessa più estrema del rapporto appartiene a un'altra domanda.

Che cosa accadde, dopo il giugno del 1983, alle proposte di McDonnell? Qualcuno tentò davvero il protocollo dei tre osservatori? Esistono resoconti di sessioni successive? Sono domande storiche, prima ancora che scientifiche. Il documento che abbiamo letto arriva fino alla soglia dell’esperimento e lì si interrompe.

La frontiera dell’osservatore

Ripenso alla prima immagine: una persona distesa, gli occhi chiusi, un paio di cuffie. Vista dall’esterno, la scena non ha nulla di militare. Eppure, nelle pagine di McDonnell, quella stessa persona diventa il possibile protagonista di una ricognizione senza movimento.

La strada che porta dalle cuffie alle dieci cifre e poi ai tre osservatori non è casuale. Prima si cerca di raggiungere una condizione di coscienza. Poi di orientarla verso un bersaglio. Infine di separare le informazioni che potrebbero appartenere a momenti differenti. È il tentativo di costruire una disciplina dell’osservazione partendo da qualcosa che, per sua natura, sembra sfuggire agli strumenti ordinari.

Nel 1983 l’esercito americano disponeva già di satelliti, aerei da ricognizione e sofisticati sistemi di intercettazione. Eppure un suo ufficiale prese seriamente in esame un’altra possibilità: che il più insolito strumento di osservazione fosse già dentro di noi.

Non so se qualcuno abbia mai messo alla prova i tre osservatori di McDonnell. Ma il rapporto mi lascia una domanda che va oltre la Guerra fredda: stavano cercando un modo per vedere più lontano, oppure avevano cominciato a interrogarsi su che cosa significhi davvero osservare?

Andrea Dal Bon

Fonti e documenti

  1. Wayne M. McDonnell, Analysis and Assessment of Gateway Process, 9 giugno 1983 (scansione integrata, 30 pagine)
  2. U.S. Government Publishing Office, copia di 29 pagine
  3. Hemi-Sync, trascrizione del rapporto originale (§§32–38)
  4. The Monroe Institute, Early History Research Article
  5. American Institutes for Research, An Evaluation of Remote Viewing: Research and Applications, 1995
  6. Ingendoh, Posny, Heine, Binaural beats to entrain the brain?, PLOS ONE, 2023
  7. CIA Reading Room, documento CIA-RDP96-00788R001700210016-5