Gli Stati Uniti avrebbero acquistato un dispositivo portatile capace di produrre impulsi a radiofrequenza. L’inchiesta ricostruisce ciò che sappiamo, ciò che resta classificato e perché le vecchie conclusioni dell’intelligence sono state ritirate.
Un oggetto abbastanza piccolo da entrare in uno zaino, acquistato in segreto e pagato con fondi del Pentagono, emetterebbe impulsi a radiofrequenza capaci di produrre effetti simili a quelli raccontati dalle vittime della cosiddetta Sindrome dell’Avana. La macchina esiste nei resoconti di più fonti d’intelligence, ma non è stata mostrata al pubblico. Non conosciamo i risultati completi dei test. Eppure la sua comparsa ha già modificato il modo in cui gli Stati Uniti discutono uno dei casi più controversi dell’ultimo decennio.
La stanza in cui il dolore aveva una direzione
I primi racconti arrivarono dall’Avana alla fine del 2016. Diplomatici e funzionari americani descrissero un rumore o una pressione improvvisa, spesso percepiti soltanto in una parte della stanza. Alcuni provarono dolore all’orecchio o alla testa, vertigini, nausea, perdita di equilibrio. Per altri i problemi continuarono: difficoltà cognitive, disturbi del sonno, emicranie, incapacità di tornare al lavoro.
Il nome “Sindrome dell’Avana” nacque sui giornali. Nei documenti governativi la formula divenne più prudente: Anomalous Health Incidents, incidenti sanitari anomali, abbreviati in AHI. Negli anni successivi le segnalazioni si estesero a Cina, Europa orientale, Asia centrale, Vietnam e perfino agli Stati Uniti. La pubblicità produsse inevitabilmente rumore attorno ai casi. Patologie comuni, stress, esposizioni ambientali e disturbi già esistenti finirono nello stesso contenitore. Ma alcuni episodi conservarono caratteristiche difficili da liquidare: insorgenza improvvisa, sensazione di localizzazione, fenomeni uditivi o pressori e sintomi vestibolari quasi simultanei.
È qui che la storia si divide in due. Da una parte esistono persone realmente ammalate, anche quando la causa resta sconosciuta. Dall’altra c’è l’ipotesi di un’azione intenzionale, forse mediante energia elettromagnetica pulsata. Confondere i due piani ha avvelenato l’intera indagine: mettere in dubbio l’arma è stato spesso percepito come mettere in dubbio i pazienti; riconoscere i pazienti è stato interpretato come prova dell’attacco.
Il dispositivo comparso otto anni dopo
Alla fine del 2024, secondo fonti informate citate da CBS News, il governo statunitense acquistò clandestinamente un dispositivo portatile da un venditore appartenente a una rete illecita. L’operazione sarebbe stata condotta dalla divisione Homeland Security Investigations con finanziamenti del Pentagono superiori a dieci milioni di dollari. La macchina, abbastanza compatta da essere trasportata in uno zaino, conterrebbe componenti di origine russa ed emetterebbe energia a radiofrequenza pulsata.
Il 13 gennaio 2026 la notizia divenne pubblica. Due giorni dopo il presidente della commissione per la Sicurezza interna della Camera chiese formalmente chiarimenti al Dipartimento della Sicurezza interna. Questa lettera documenta l’esistenza di un’indagine del Congresso sui resoconti dell’acquisto; non sostituisce però una scheda tecnica, una fotografia o un verbale di collaudo. Il dispositivo continua a essere descritto da fonti anonime perché il programma di acquisizione e prova rimane classificato.
Le informazioni disponibili dicono che il Pentagono lo starebbe testando da oltre un anno. Alcuni investigatori riterrebbero possibile riprodurre almeno una parte degli effetti raccontati dalle vittime. L’inchiesta pubblicata dal Guardian il 10 ottobre aggiunge un dettaglio: test su animali avrebbero prodotto sintomi simili a quelli degli AHI. Anche questa informazione proviene da persone a conoscenza del programma; dati, dosi, distanze e protocolli non sono stati diffusi.
Ho cercato il punto in cui il racconto del congegno diventa una prova utilizzabile. Quel punto, per ora, non è pubblico. Sappiamo che diverse fonti descrivono lo stesso oggetto e che il Congresso ha chiesto spiegazioni. Non sappiamo se il dispositivo possa operare attraverso i muri, a quale distanza, con quale precisione, per quanto tempo e con quali effetti biologici misurabili. Soprattutto, nessun documento lo collega materialmente a uno degli episodi iniziati nel 2016.
Lo zaino che non abbiamo visto
La portabilità è il dettaglio che ha cambiato il dibattito. Per anni una delle obiezioni più forti riguardava le dimensioni e l’alimentazione necessarie a generare impulsi sufficientemente intensi. Una macchina capace di essere trasportata da una sola persona ridurrebbe quel problema operativo: potrebbe essere portata in un veicolo, avvicinata a un albergo o spostata prima dell’arrivo degli investigatori.
Ma “portatile” non significa automaticamente “utilizzabile come arma”. Un prototipo può produrre un effetto a pochi centimetri in laboratorio e fallire a decine di metri nel mondo reale. Antenne, potenza, direzionalità, schermature, durata dell’impulso e assorbimento dei tessuti sono ciò che separa un apparato sperimentale da una capacità clandestina. Proprio queste grandezze mancano.
Il costo superiore a otto cifre non dimostra il valore tecnico dell’oggetto. In un’operazione clandestina si paga anche l’accesso alla rete, il rischio, l’intermediazione e la possibilità che il venditore stia offrendo un’esca. La presenza di componenti russi indica una provenienza industriale parziale, non l’autore del progetto e neppure chi lo avrebbe impiegato.
In Norvegia, lo scettico accese la macchina
Nel 2024 avvenne un secondo episodio, separato dall’acquisto americano. Un ricercatore governativo norvegese, noto per il proprio scetticismo sugli effetti neurologici delle armi a energia pulsata, costruì un apparato sulla base di informazioni classificate e decise di provarlo su se stesso. Il risultato, ricostruito dal Washington Post attraverso quattro fonti, fu opposto a quello che cercava: sviluppò sintomi neurologici abbastanza seri da richiamare delegazioni del Pentagono e della Casa Bianca in Norvegia.
Le fonti precisano che i sintomi non coincidevano perfettamente con quelli dei casi AHI considerati più tipici. E la macchina norvegese non era quella acquistata dagli Stati Uniti. È un passaggio essenziale, perché nella narrazione pubblica i due dispositivi tendono già a fondersi in un’unica “arma dell’Avana”. Sono invece due vicende: un prototipo costruito per verificare una possibilità biologica e un apparato straniero comprato in un’operazione coperta.
Presi insieme, non identificano un aggressore. Rendono però meno comoda l’idea che un simile effetto appartenga necessariamente alla fantascienza.
Il rapporto scientifico che arrivò prima
Nel febbraio 2022 un gruppo di esperti convocato dal direttore dell’Intelligence nazionale e dalla CIA pubblicò una sintesi delle proprie conclusioni. Aveva ricevuto decine di briefing e consultato più di mille documenti classificati. Il gruppo giudicò autentici e convincenti i segni e i sintomi di una parte degli incidenti. Fra i meccanismi esaminati, l’energia elettromagnetica pulsata, soprattutto nella gamma delle radiofrequenze, venne indicata come spiegazione plausibile delle caratteristiche principali.
“Plausibile” era la parola corretta: non un’attribuzione e neppure una diagnosi per tutti i casi. Il panel escluse come spiegazioni generali radiazioni ionizzanti, agenti chimici o biologici, infrasuoni, suono udibile e ultrasuoni trasmessi a grande distanza. Segnalò lacune nei dati e lasciò aperta la possibilità che più meccanismi avessero prodotto eventi diversi.
Nel marzo 2023 l’Intelligence Community rispose a una domanda differente: non “quale meccanismo potrebbe causare questi sintomi?”, ma “un avversario straniero è responsabile?”. La valutazione concluse che il coinvolgimento di una potenza ostile era molto improbabile. Non erano emersi collegamenti convincenti con incidenti specifici, intercettazioni operative o prove di un programma dispiegato contro il personale americano.
Le due conclusioni potevano convivere. Una tecnologia può essere scientificamente possibile senza essere stata usata; un sintomo può avere origine esterna senza provenire da un’arma russa. Nel dibattito pubblico, invece, il giudizio dell’intelligence oscurò quasi completamente il lavoro del panel scientifico.
Le risonanze che non mostrarono una ferita comune
Nel marzo 2024 due studi dei National Institutes of Health aggiunsero un risultato scomodo per entrambe le posizioni più rigide. I ricercatori riconobbero sintomi severi, ma non trovarono differenze significative nelle risonanze magnetiche né un insieme coerente di anomalie biologiche rispetto ai gruppi di controllo.
Questo dato indeboliva l’idea di una lesione cerebrale uniforme e permanente. Non dimostrava che nessun evento fosse accaduto. Gli stessi autori chiarirono che un’esposizione poteva aver prodotto sintomi senza lasciare le alterazioni a lungo termine normalmente visibili dopo un trauma grave o un ictus. Inoltre i pazienti erano stati esaminati in momenti differenti rispetto agli episodi, talvolta molto tempo dopo.
La difficoltà sta nel nome collettivo. Oltre millecinquecento segnalazioni non costituiscono necessariamente oltre millecinquecento manifestazioni della stessa causa. Il gruppo complessivo può non mostrare un’impronta comune anche se, al suo interno, esiste un numero molto più piccolo di casi con caratteristiche specifiche.
Sette agenzie, due giudizi che si spostano
La valutazione del 10 gennaio 2025 mantenne l’impostazione precedente, ma al suo interno apparve una frattura. Cinque componenti dell’intelligence continuarono a considerare molto improbabile una responsabilità straniera. Una sesta stimò invece una probabilità all’incirca equivalente che un attore estero avesse usato un’arma o un prototipo contro un piccolo numero di persone. Una settima giudicò altrettanto possibile che una simile capacità fosse stata sviluppata, pur ritenendone improbabile l’impiego negli incidenti conosciuti.
Il cambiamento derivava da nuove informazioni sui progressi stranieri nella ricerca a energia diretta. Uno dei due organismi arrivò a considerare probabile l’esistenza, presso un avversario, di una capacità antipersona a radiofrequenza in grado di produrre effetti compatibili con alcuni sintomi. La fiducia analitica restava bassa, ma l’unanimità del 2023 era terminata.
È importante leggere anche ciò che il rapporto non diceva. Nessuna agenzia collegava pubblicamente un Paese a un caso preciso. Gli anni di raccolta informativa non avevano prodotto una comunicazione intercettata, un operatore identificato o una catena di comando. L’ipotesi tecnica cresceva; l’attribuzione rimaneva ferma.
Le conclusioni ritirate
L’11 giugno 2026 la direttrice uscente dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, ordinò il ritiro delle valutazioni del 2023 e del 2025. Il memorandum accusava il processo analitico di aver escluso selettivamente informazioni rilevanti, ridotto le analisi alternative e limitato la raccolta per mantenere una linea fondata sull’assenza di prove. Contestava inoltre l’uso di uno studio medico ritenuto eticamente problematico.
Ritirare un rapporto non rovescia automaticamente il suo verdetto. Da giugno gli Stati Uniti non possiedono una nuova valutazione pubblica che indichi un autore o stabilisca che gli incidenti furono attacchi. È stato eliminato il precedente punto di riferimento, lasciando il caso in una condizione più aperta e, politicamente, più esplosiva.
Questo è il nodo documentale più importante del dossier. Nel 2023 il governo diceva che la raccolta informativa puntava lontano dagli avversari. Nel 2026 lo stesso apparato ha riconosciuto che il modo in cui quella conclusione era stata costruita non soddisfaceva più i propri standard. Il dispositivo acquistato nel 2024 si colloca esattamente fra i due momenti.
La pista russa e ciò che ancora manca
L’inchiesta del Guardian, basata anche sul lavoro dei giornalisti di 60 Minutes Michael Rey e Oriana Zill de Granados, ricostruisce coincidenze fra alcuni incidenti e persone impegnate in operazioni contro la Russia. Riporta inoltre presenze telefoniche sospette vicino a luoghi in cui si verificarono episodi e spostamenti attribuiti a membri o strutture collegate all’unità 29155 del GRU.
Sono indizi da esaminare, non una catena probatoria completa. Mancano una firma tecnica dell’emissione, il confronto con il dispositivo sequestrato, dati forensi raccolti sul posto e una comunicazione che leghi uomini, macchina e bersaglio. Mosca nega ogni responsabilità. Anche funzionari con accesso al materiale classificato continuano a interpretare gli stessi elementi in modo opposto.
Il pericolo di questa fase è sostituire una chiusura prematura con un’accusa prematura. Le carenze della valutazione precedente non certificano la pista russa; obbligano a riaprire le domande che erano state considerate risolte.
La prova che manca non è soltanto il dispositivo
Il punto più delicato dell'inchiesta è un paradosso: dimostrare che un generatore di impulsi elettromagnetici possa essere costruito non dimostra che sia stato impiegato contro un funzionario. Le ricostruzioni giornalistiche descrivono un apparato trasportabile, programmabile e capace, secondo fonti anonime, di attraversare materiali edilizi comuni. Ma non sono pubblici né i protocolli completi delle misurazioni né i dati grezzi sulla dose effettivamente ricevuta da un bersaglio. Senza questi elementi è impossibile controllare in modo indipendente portata, intensità, ripetibilità e selettività degli effetti.
Esiste un fenomeno fisico documentato, chiamato effetto uditivo delle microonde o effetto Frey: impulsi elettromagnetici possono provocare la percezione di clic o ronzii senza una sorgente sonora convenzionale. Il meccanismo viene generalmente ricondotto a una rapida, minuscola espansione termoelastica dei tessuti che genera onde di pressione. Ma il passaggio da una percezione uditiva transitoria a disturbi neurologici persistenti non è dimostrato dal solo effetto Frey. Sono questioni differenti, da non fondere in un'unica spiegazione.
È qui che servirebbe il confronto fra le forme d'onda misurate sul dispositivo acquisito e quelle capaci di produrre, in condizioni controllate, effetti biologici specifici. Un programma software che modula gli impulsi potrebbe essere tecnicamente importante; attribuirgli una particolare capacità lesiva senza pubblicare parametri, controlli e risultati sarebbe però una conclusione anticipata.
Le due verifiche che possono smentire l'ipotesi
La prima è clinica. Lo studio pubblicato su JAMA nel 2018 documentò anomalie vestibolari, oculari e cognitive in un gruppo di persone valutate dopo gli episodi dell'Avana. Una ricerca NIH pubblicata nel 2024, invece, non individuò differenze significative e coerenti nei parametri di risonanza magnetica e in altri indicatori confrontati con gruppi di controllo. Non è corretto cancellare le sofferenze riferite dai pazienti sulla base del secondo risultato; non è corretto neppure trattare il primo come prova dell'esistenza di un'arma.
La seconda verifica è investigativa. Le attribuzioni alla Russia, incluse quelle che chiamano in causa l'unità 29155, devono essere confrontate con presenze documentate, cronologie verificabili, dati tecnici e catene di custodia. Una coincidenza fra il viaggio di un sospettato e l'insorgenza di sintomi può orientare una ricerca, ma non sostituisce la prova dell'impiego di un dispositivo. La presenza di componenti di origine russa nell'apparato acquistato non ne stabilisce automaticamente produttore, utilizzatore o provenienza operativa.
Un dettaglio cambia anche la lettura della notizia: l'esistenza di test sugli animali e di un dispositivo portatile era già stata raccontata da CBS nel marzo 2026. Il servizio del Guardian di ottobre amplia il quadro delle testimonianze e delle contestazioni istituzionali, ma non rappresenta il primo annuncio dell'apparato. Una cronologia corretta è parte della prova, non una nota marginale.
Quel vuoto fra la macchina e la stanza
Oggi possediamo tre cose che nel 2016 non avevamo. Un gruppo scientifico ufficiale ha giudicato plausibile che impulsi elettromagnetici producano le caratteristiche essenziali di alcuni AHI. Due apparati separati avrebbero mostrato che dispositivi portatili capaci di effetti biologici possono essere costruiti. Le valutazioni che escludevano quasi completamente l’intervento straniero sono state ritirate per problemi nel processo analitico.
Resta però un vuoto. Nessuno ha ancora portato il dispositivo dentro una delle stanze, ricostruito la geometria dell’esposizione, misurato l’impulso e seguito il segnale fino a chi avrebbe premuto il comando. È il tratto più breve da raccontare e il più difficile da attraversare.
Per anni il caso Havana è oscillato fra due immagini: vittime di un’arma invisibile oppure persone travolte da malattie comuni e suggestione. Lo zaino acquistato dal governo introduce una terza possibilità, meno rassicurante e più concreta: la tecnologia potrebbe esistere davvero, senza che questo ci dica ancora dove, quando e contro chi sia stata usata.
Andrea Dal Bon
Fonti consultate
- The Guardian, “Why the mystery over Havana syndrome refuses to die”, 10 ottobre 2026
- CBS News, dispositivo acquisito dal governo statunitense, 13 gennaio 2026
- Commissione per la Sicurezza interna della Camera, richiesta di chiarimenti al DHS, 15 gennaio 2026
- ODNI, sintesi del gruppo di esperti sugli AHI, 2 febbraio 2022
- ODNI, valutazione aggiornata sugli AHI, 1 marzo 2023
- ODNI, valutazione aggiornata al dicembre 2024, pubblicata il 10 gennaio 2025
- ODNI, notifica di ritiro delle valutazioni AHI, 11 giugno 2026
- National Institutes of Health, studi clinici e neuroradiologici, 18 marzo 2024
- The Washington Post, esperimento norvegese con energia pulsata, 14 febbraio 2026