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Georadar e tomografia elettrica hanno individuato anomalie compatibili con cavità accanto alla Grotta delle Veneri di Parabita. Il segnale è reale; ciò che nasconde resta da verificare.

Il sottosuolo di Parabita ha risposto con due segnali diversi alla stessa domanda. Il georadar ha registrato riflessioni intense; la tomografia elettrica ha disegnato zone ad alta resistività. Dove i risultati si sovrappongono, i ricercatori vedono la possibile prosecuzione di una grotta che ha già restituito tracce di Neanderthal e Sapiens, una sepoltura doppia e due celebri figurine paleolitiche. Ma fra un'anomalia e una stanza preistorica resta uno strato di roccia — e di prudenza — che nessun titolo sensazionale dovrebbe perforare.

La Grotta delle Veneri si apre nel territorio di Parabita, sulle serre calcaree del Salento, circa quaranta chilometri a sud di Lecce. A renderla famosa sono state soprattutto due piccole figure femminili rinvenute negli anni Sessanta. Il Museo Archeologico Nazionale di Taranto le data attorno al 18.000 avanti Cristo: la maggiore, alta nove centimetri, è scolpita nell'osso lungo di un grande erbivoro e mostra il volto come avvolto da un velo, un'acconciatura o forse una maschera. Le braccia raccolte sotto il ventre hanno suggerito l'immagine di una donna incinta. Oggi entrambe sono custodite al MArTA.

Non sono soltanto oggetti belli. I confronti stilistici richiamano tradizioni mediterranee, reno-danubiane e dell'Europa orientale: minuscoli indizi di una geografia culturale molto più vasta della penisola salentina. E la grotta è più grande della sua fama. La sequenza archeologica documenta frequentazioni dal Paleolitico medio fino all'età del Bronzo. Vi furono recuperati migliaia di reperti e una rara sepoltura bisoma, composta da due individui. Il luogo è stato scavato, disturbato, studiato e raccontato per decenni. La domanda rimasta aperta era inevitabile: la cavità conosciuta è tutto ciò che esiste?

Vedere senza scavare

La risposta provvisoria arriva da uno studio pubblicato nel volume di settembre 2026 di Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage. Dora Francesca Barbolla, Chiara Torre, Lara De Giorgi e Giovanni Leucci hanno combinato due tecniche non invasive: Ground Penetrating Radar, o GPR, e Electrical Resistivity Tomography, ERT. L'obiettivo dichiarato non era trovare un tesoro né dimostrare l'esistenza di una camera rituale. Era verificare se accanto alla cavità nota esistessero altri vuoti e fornire agli archeologi profondità e volumi utili per eventuali indagini dirette.

Ricostruzione editoriale di una prospezione georadar presso una grotta del Salento
Ricostruzione editoriale di una prospezione GPR ed ERT. L'immagine non documenta la campagna reale. Credito: elaborazione visuale ADB.

Il georadar invia impulsi elettromagnetici nel terreno e registra il modo in cui vengono riflessi dalle discontinuità. Un contatto fra materiali diversi, una frattura, un blocco, un riempimento o il tetto di un vuoto possono produrre risposte caratteristiche. La tomografia elettrica misura invece come il sottosuolo si oppone al passaggio della corrente. In una roccia carbonatica una cavità piena d'aria tende a essere molto resistiva; una cavità piena d'acqua o argilla può comportarsi in modo opposto.

Nessuna delle due tecniche “fotografa” una stanza come farebbe una telecamera. Entrambe traducono proprietà fisiche in modelli da interpretare. Una forte riflessione radar non reca scritto sopra “caverna”; un'anomalia resistiva può dipendere da un vuoto, ma anche da variazioni della roccia, fratture aperte, umidità irregolare o geometrie che complicano l'inversione. Lo studio acquista peso proprio perché cerca la convergenza fra metodi sensibili a parametri differenti. Quando GPR ed ERT indicano una discontinuità nello stesso settore, l'ipotesi del vuoto diventa più robusta. Non per questo diventa una certezza archeologica.

Tre aree e un terreno poco collaborativo

I ricercatori hanno lavorato in tre settori, denominati A, B e C. L'area A coincideva con la posizione della grotta nota; B e C si estendevano nelle zone adiacenti. Il paesaggio non era un laboratorio ideale. Dislivelli, vegetazione, alberi, affioramenti molto resistivi e vicinanza di abitazioni hanno limitato la copertura. In alcuni punti il contatto degli elettrodi con il suolo era problematico; acquisizioni tridimensionali complete, soprattutto con ERT, avrebbero richiesto tempi e condizioni che il sito non concedeva.

Nonostante questi limiti, nell'area A la sovrapposizione fra il profilo elettrico e quello radar ha riconosciuto la cavità già conosciuta e alcuni settori fratturati. È una verifica interna importante: il sistema risponde dove sappiamo che il vuoto esiste. Nelle aree B e C sono emerse altre anomalie. Nel settore B, il lavoro descrive riflessioni iperboliche intense fra circa 1,8 e 3,6 metri di profondità, insieme a una zona che assorbe fortemente il segnale. L'integrazione con i modelli elettrici porta gli autori a proporre la presenza di cavità inesplorate o di porzioni molto fratturate, forse connesse al sistema principale.

Il risultato concreto, dunque, non è la scoperta di una “camera segreta”. È una mappa di priorità. Alcune porzioni del terreno meritano controlli mirati; altre mostrano instabilità che contano tanto per la conservazione quanto per l'archeologia. Il radar non offre un finale: restringe il campo delle domande.

Ricostruzione in sezione di una cavità nota e di un possibile vuoto nel calcare fratturato
Ricostruzione artistica del concetto geologico: una cavità nota e un possibile vuoto separato da roccia fratturata. Non è una sezione reale né una scansione del sito. Credito: elaborazione visuale ADB.

Il confine fra fatto e interpretazione

È documentato che la grotta e il suo deposito archeologico esistono; sono documentate le due Veneri, la lunga frequentazione e la sepoltura doppia. È documentata la campagna geofisica, descritta in un articolo scientifico in accesso aperto. I dati hanno prodotto in più settori anomalie ad alta resistività e riflessioni radar di forte ampiezza. Gli autori le interpretano come possibili vuoti o porzioni intensamente fratturate e parlano di una probabile zona inesplorata.

È altrettanto documentato che il rilevamento non ha coperto tutto il sito con la stessa risoluzione. Il terreno irregolare e la vegetazione hanno costretto a limitare alcune griglie tridimensionali; le rocce affioranti hanno ostacolato il contatto elettrico. Il quadro è selettivo, non una tomografia completa dell'intera collina.

È un'ipotesi che tutte le anomalie corrispondano a cavità reali. È un'ipotesi, scientificamente motivata ma ancora da verificare, che quelle cavità siano collegate fisicamente alla Grotta delle Veneri. E sarebbe un ulteriore salto immaginare sedimenti paleolitici intatti al loro interno: un vuoto carsico può essere sterile, riempito, collassato oppure formatosi in tempi diversi rispetto agli spazi già esplorati.

È speculazione parlare già di santuario segreto, tomba inviolata o deposito rituale. Non sono stati osservati muri, ingressi artificiali, oggetti, ossa o decorazioni nelle nuove anomalie. Non sappiamo nemmeno se tutti i segnali appartengano allo stesso sistema. Trasformare un contrasto geofisico in una stanza e la stanza in un luogo di culto significa sovrapporre due inferenze non dimostrate.

È proprio qui che un mistero autentico differisce da uno fabbricato. Quello autentico conserva il confine fra ciò che lo strumento misura e ciò che desideriamo trovare. Il vuoto sotto Parabita è interessante perché non ha ancora un nome.

Il prossimo passo non è una ruspa

Gli autori indicano la necessità di indagini dirette, progettate sulla base delle profondità e dei volumi stimati. “Dirette” non significa necessariamente aprire subito un varco. In un sito fragile, una strategia prudente può procedere per livelli: nuove griglie geofisiche più dense dove il terreno lo consente; microgravimetria o tecniche complementari; carotaggi di diametro minimo in punti scelti; sonde ottiche soltanto dopo avere valutato stabilità, rischio di contaminazione e tutela dei sedimenti.

Una cavità apparentemente vuota può contenere pollini, DNA ambientale, microfauna, residui di combustione o superfici calpestate invisibili a occhio nudo. La prima persona che entra non è soltanto un esploratore: può diventare la principale fonte di contaminazione. Per questo l'attesa, in archeologia, non è inerzia. È parte del metodo.

Il problema della stabilità non è secondario. Lo studio segnala settori altamente fratturati e potenzialmente instabili. Una prosecuzione della grotta sarebbe al tempo stesso un'opportunità archeologica e un elemento da considerare nei lavori di recupero e valorizzazione del parco. In questo senso la geofisica ha già prodotto un risultato utile, anche se non venisse mai trovata una nuova statuetta.

La promessa del sottosuolo

Le due Veneri di Parabita sono sopravvissute perché un gesto compiuto ventimila anni fa è rimasto intrappolato nella stratigrafia. Ora gli strumenti hanno individuato luoghi in cui quella stratigrafia potrebbe continuare oltre i confini noti. È una promessa, non una rivelazione.

Ciò che rende il caso straordinario non è l'idea romantica di una porta segreta. È la possibilità di scegliere dove guardare senza distruggere ciò che si cerca. Il GPR ascolta gli echi; l'ERT misura la resistenza; l'archeologia dovrà stabilire se dietro quelle anomalie esista davvero un'altra pagina della preistoria salentina. Fino ad allora, la Grotta delle Veneri custodisce un mistero nella forma più onesta: una cavità probabile, delineata dagli strumenti, ancora chiusa alle nostre storie.

Andrea Dal Bon

Fonti