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Alfa Network

Dall'inchiesta tedesca sul sabotaggio di Nord Stream alla nuova dipendenza europea dal GNL americano, fino a Hormuz, Venezuela e Cuba: Babu segue la nuova geografia del potere energetico.

Il gas esplose nel Baltico. Ma l’onda d’urto arrivò molto più lontano.

Il ventisei settembre duemilaventidue tre delle quattro condotte di Nord Stream uno e Nord Stream due furono gravemente danneggiate. Quattro anni dopo, l’inchiesta tedesca ha assunto una direzione molto precisa: nel luglio duemilaventisei la Procura federale ha accusato il cittadino ucraino Serhii K. di aver elaborato, insieme ad altri membri delle forze armate ucraine e su incarico di autorità statali ucraine, il piano per distruggere i gasdotti. Secondo l’accusa, lo scopo era interrompere le forniture russe alla Germania e ridurre i ricavi energetici con cui Mosca finanziava la guerra.

È un’accusa giudiziaria, non ancora una sentenza. Ma cambia il punto da cui osservare una delle vicende più controverse della guerra.

Visualizzazione editoriale del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico

Nord Stream nel Baltico. Visualizzazione editoriale originale Alfa Network.

Una barca, i sommozzatori e la pista ucraina

Secondo gli investigatori tedeschi, il gruppo operativo comprendeva sommozzatori professionisti, uno skipper e un esperto di esplosivi. Serhii K., ex ufficiale ucraino, sarebbe stato uno dei coordinatori. Nell’agosto duemilaventisei la Procura tedesca ha inoltre annunciato l’arresto in Croazia di Vladimir Z., un altro cittadino ucraino, descritto come subacqueo addestrato e sospettato di aver partecipato al posizionamento degli esplosivi.

Questo permette di dire che la pista ucraina non è più soltanto una ricostruzione giornalistica. Non permette però di trasformare ogni ipotesi successiva in un fatto. In particolare, non esiste al momento una prova pubblica che dimostri una regia americana dell’attentato o una strategia coordinata per attribuirlo falsamente alla Russia.

Ed è proprio separando ciò che sappiamo da ciò che possiamo soltanto ipotizzare che emerge la domanda più interessante: indipendentemente da chi diede l’ordine finale, chi ha beneficiato della nuova mappa energetica nata dopo il duemilaventidue?

Il grande spostamento del gas europeo

I numeri dell’Unione europea raccontano una trasformazione gigantesca. Nel duemilaventuno la Russia forniva oltre centocinquanta miliardi di metri cubi di gas all’Europa. Nel duemilaventicinque il totale era sceso a circa trentasei miliardi. Nello stesso periodo le importazioni dagli Stati Uniti sono salite da circa diciannove a oltre settantacinque miliardi di metri cubi.

Nel duemilaventicinque gli Stati Uniti hanno rappresentato circa il ventisei per cento delle importazioni complessive di gas dell’Unione europea e quasi il cinquantotto per cento del GNL importato. Il gas naturale liquefatto, che nel duemilaventuno costituiva circa un quinto delle importazioni europee, nel duemilaventicinque era arrivato al quarantacinque per cento.

Questi dati non dimostrano chi abbia fatto esplodere Nord Stream. Dimostrano però qualcosa di diverso: la crisi ha contribuito a ridisegnare strutturalmente il mercato energetico europeo. Washington ha conquistato un peso commerciale molto maggiore; Mosca ha perso una parte decisiva del proprio mercato occidentale; l’Europa ha diversificato le forniture pagando anche il costo di nuove infrastrutture, terminali e rotte.

Che questo fosse un obiettivo prestabilito oppure una conseguenza geopolitica favorevole agli Stati Uniti sono due affermazioni completamente diverse. La prima richiede prove. La seconda è visibile nei dati.

Poi il baricentro si sposta a Hormuz

Settembre duemilaventisei. Cambia il mare, cambia il combustibile, ma torna la stessa vulnerabilità: una parte enorme dell’economia mondiale dipende da pochi corridoi fisici.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale in condizioni normali passa circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio, è diventato nuovamente teatro dello scontro tra Stati Uniti e Iran. Il sette settembre, dopo nuovi attacchi contro navi e petroliere, il Brent è salito oltre i novantasette dollari al barile e il traffico commerciale nello stretto si è drasticamente ridotto.

Visualizzazione editoriale di una petroliera nello Stretto di Hormuz

Hormuz e le rotte del petrolio. Visualizzazione editoriale originale Alfa Network.

Nord Stream e Hormuz non sono lo stesso caso. Nel Baltico parliamo di un sabotaggio clandestino a un’infrastruttura; nel Golfo di una crisi militare aperta. Ma condividono una caratteristica: chi controlla o rende insicura una rotta energetica può modificare prezzi, alleanze e dipendenze senza occupare un solo chilometro di territorio europeo.

Venezuela: il petrolio torna verso Washington

Il quadro diventa ancora più interessante guardando dall’altra parte dell’Atlantico. A settembre duemilaventisei Washington ha difeso un nuovo accordo venezuelano che assegna a un’impresa gestita da interessi nordamericani il controllo di un progetto comprendente importanti giacimenti petroliferi. Secondo Reuters, l’accordo riguarda riserve equivalenti a circa un quinto di quelle venezuelane e coinvolge campi in precedenza legati anche a interessi cinesi e russi.

Per gli Stati Uniti significa aumentare l’accesso a risorse dell’emisfero occidentale proprio mentre il Medio Oriente torna instabile. Per Caracas può significare investimenti e riapertura di canali economici. Per Russia e Cina significa vedere ridimensionata almeno una parte della propria influenza energetica in Venezuela.

Ancora una volta non serve immaginare una cabina di regia unica per osservare la tendenza: energia e geopolitica stanno tornando a essere quasi indistinguibili.

E alla fine della catena c’è Cuba

Cuba mostra invece cosa accade a chi si trova dalla parte più fragile della rete. L’isola vive una crisi energetica durissima, con blackout, carenza di combustibile e una rete elettrica deteriorata. Le cause sono molteplici: infrastrutture obsolete, problemi economici interni, inefficienze strutturali e difficoltà finanziarie precedono l’attuale fase.

Ma nel duemilaventisei la pressione americana si è ulteriormente intensificata. Washington ha ristretto i flussi energetici e imposto nuove sanzioni, mentre all’inizio di settembre nuove misure hanno colpito anche una società coinvolta nell’importazione di componenti per la rete elettrica cubana. Il risultato rischia di aggravare un sistema già vicino al limite.

Attribuire l’intera crisi cubana agli Stati Uniti sarebbe semplicistico. Ignorare l’effetto delle restrizioni americane sarebbe altrettanto scorretto.

La guerra dei rubinetti

Forse è questo il filo che collega davvero Baltico, Golfo Persico, Venezuela e Cuba. Non necessariamente un unico piano. Piuttosto una stessa legge geopolitica.

Nel mondo elettrificato, digitale e apparentemente immateriale del ventunesimo secolo, il potere continua a passare attraverso oggetti sorprendentemente fisici: un tubo sotto il mare, una petroliera, uno stretto largo poche decine di chilometri, un terminale di GNL, una raffineria.

La Procura tedesca dovrà dimostrare in tribunale chi ordinò e realizzò l’attacco a Nord Stream. Ma gli effetti economici prodotti dalla frattura energetica europea sono già davanti a noi.

Gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali fornitori di gas dell’Europa. La Russia ha perso gran parte del mercato europeo. Hormuz ricorda al mondo quanto sia fragile la circolazione del petrolio. Washington torna a mettere le mani su grandi risorse venezuelane. Cuba, all’estremità della catena, resta soffocata da una crisi energetica sempre più grave.

Coincidenze, conseguenze inevitabili di guerre differenti o manifestazioni della stessa competizione per il controllo dell’energia?

La risposta non può essere decisa prima delle prove. Ma la domanda, ormai, è impossibile da evitare.

Babu – Alfa Network

Fonti