NATO accusa unità russe di aver sperimentato vicino alle Svalbard una tecnologia capace di compromettere cavi sottomarini senza lasciare tracce. Cosa sappiamo davvero?
Barbara Bucci | Alfa Network | 11 settembre 2026
Tagliare Internet senza tagliare il cavo. O, almeno, imparare a farlo. È questa l’accusa che emerge da un’inchiesta Reuters pubblicata il dieci settembre: nella primavera del 2026, forze britanniche, norvegesi e statunitensi avrebbero interrotto vicino alle Svalbard un’operazione russa destinata a sperimentare tecnologie capaci di mettere fuori uso infrastrutture sottomarine lasciando pochissime tracce.
Il condizionale qui non è decorazione. La ricostruzione si basa su funzionari occidentali citati da Reuters. L’operazione sarebbe stata condotta dalla GUGI, la direzione russa specializzata nelle attività in acque profonde. Mosca non ha confermato questa ricostruzione e respinge le accuse occidentali di preparare sabotaggi contro infrastrutture NATO.
Il fatto più importante: nessun cavo è stato distrutto
Non stiamo parlando di un nuovo Nord Stream. Secondo la ricostruzione, nessun cavo sarebbe stato danneggiato. Le unità russe avrebbero simulato l’impiego di una tecnologia di sabotaggio in prossimità delle infrastrutture che collegano le Svalbard alla Norvegia continentale. Le forze alleate avrebbero seguito e affrontato le unità in mare, impedendo il completamento dell’esercitazione.

Perché le Svalbard contano
Due cavi in fibra ottica collegano l’arcipelago alla Norvegia continentale e trasportano grandi quantità di dati, compresi quelli provenienti dalle attività satellitari. Il valore strategico non è quindi soltanto geografico. Nel nuovo Artico, rotte marittime, energia, satelliti e telecomunicazioni stanno finendo nello stesso scacchiere.
Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti hanno aumentato la sorveglianza delle infrastrutture sottomarine. La posizione occidentale è che attività clandestine contro infrastrutture critiche debbano essere individuate e scoraggiate prima che producano danni.
L’arma che dovrebbe lasciare poche impronte
Il punto più inquietante dell’accusa è la presunta ricerca di un sistema capace di interrompere un collegamento senza produrre un danno immediatamente riconoscibile come sabotaggio. In una guerra ibrida l’ambiguità è un’arma: se il guasto sembra tecnico, naturale o accidentale, l’attribuzione richiede tempo. E il tempo, quando passa sotto il mare, può valere più di un missile.

Fatti, accuse e ciò che non possiamo verificare
Fatto verificato: i paesi NATO hanno intensificato la protezione delle infrastrutture sottomarine. Ricostruzione Reuters: l’operazione avrebbe coinvolto unità russe specializzate nelle attività di profondità e una tecnologia destinata a compromettere i cavi. Dato importante: nessun cavo risulta essere stato danneggiato. Elemento non verificabile indipendentemente: funzionamento della presunta tecnologia e intenzione precisa attribuita alle unità russe, perché i dettagli dell’intelligence non sono pubblici.
Qui la controinformazione documentata deve evitare il suo peccato preferito: combattere una propaganda costruendone un’altra. L’assenza di prove pubbliche complete non dimostra che l’operazione non sia avvenuta. Ma nemmeno consente di trasformare automaticamente una valutazione d’intelligence in una sentenza.
Nord Stream, il fantasma sotto il tavolo
Ogni discussione sulle infrastrutture sottomarine europee porta con sé il precedente delle esplosioni del Nord Stream del 2022. Quel caso ha mostrato quanto possa essere lunga e politicamente tossica la strada fra sospetto, attribuzione e prova giudiziaria. Il parallelo non dimostra nulla sul caso Svalbard, ma ricorda quanto sia necessario separare capacità, movente e responsabilità dimostrata.
L’Artico non è più periferia
La NATO ha rafforzato il monitoraggio delle infrastrutture sottomarine e la Norvegia sta investendo in nuove connessioni e sorveglianza. Il Nord diventa contemporaneamente corridoio militare, dorsale digitale, laboratorio scientifico e frontiera energetica.
Il prossimo conflitto potrebbe quindi non iniziare con un’esplosione visibile. Potrebbe cominciare con una schermata che smette di aggiornarsi, un satellite che perde il collegamento e due governi che si accusano mentre i tecnici cercano il guasto. È il capolavoro perverso della guerra del fondale: prima ancora di sapere chi ha colpito, bisogna dimostrare che qualcuno abbia colpito davvero.
Barbara Bucci (Babu)