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Nord Stream, la pista ucraina e il segreto che arriva fino a Copenaghen

Quattro anni dopo le esplosioni che hanno devastato i gasdotti nel Baltico, l’inchiesta tedesca ha ricostruito il viaggio di una squadra di presunti sabotatori. Le conversazioni attribuite a uno degli accusati, un allarme circolato fra i servizi occidentali prima dell’attacco e un controverso rifiuto di collaborazione della Danimarca conducono verso una domanda ancora aperta: chi conosceva il piano e chi ne autorizzò l’esecuzione?

Il 26 settembre 2022, al largo dell’isola danese di Bornholm, il Mar Baltico cominciò a ribollire. Dalle profondità risalivano enormi quantità di gas, formando sulla superficie distese di bolle visibili persino dalle immagini aeree. Sul fondale, tre delle quattro linee di Nord Stream 1 e Nord Stream 2 erano state squarciate da esplosioni che avrebbero trasformato uno dei principali collegamenti energetici fra Russia ed Europa in un caso internazionale destinato a segnare gli anni successivi.

L’attacco arrivò in un momento nel quale i rapporti fra Mosca e l’Occidente erano già precipitati. La guerra in Ucraina aveva sconvolto il mercato energetico, i prezzi del gas gravavano sulle economie europee e la Germania, che per decenni aveva costruito una parte importante della propria competitività industriale sulle forniture russe, si trovava a dover ripensare in pochi mesi una strategia perseguita per anni.

Nord Stream 1 aveva già interrotto le forniture, mentre Nord Stream 2 non era mai entrato in esercizio commerciale. Le esplosioni, dunque, non fermarono un flusso di gas attivo in quel momento. Colpirono piuttosto la possibilità di ripristinare, in futuro, una parte di quel sistema energetico.

La differenza era tutt’altro che marginale. Un gasdotto chiuso per ragioni politiche può essere riaperto quando cambiano le condizioni diplomatiche. Una condotta devastata da esplosivi sul fondo del mare richiede invece riparazioni, investimenti e autorizzazioni, oltre alla volontà politica di rimetterla in funzione.

Per mesi le accuse si incrociarono senza produrre una risposta condivisa. Mosca puntò il dito contro l’Occidente, mentre in diversi ambienti europei circolarono sospetti su un possibile coinvolgimento russo. Nel febbraio 2023 il giornalista americano Seymour Hersh pubblicò una ricostruzione che attribuiva l’operazione agli Stati Uniti con il sostegno della Norvegia, facendo affidamento principalmente su una fonte anonima. Washington e Oslo respinsero le accuse.

Nel frattempo, lontano dalla polemica pubblica, gli investigatori tedeschi stavano seguendo una pista molto più concreta. Non partiva dalle dichiarazioni dei governi, ma da un’imbarcazione noleggiata sulla costa tedesca, da documenti falsificati e dalle tracce lasciate da un gruppo di persone nei porti del Baltico.

L’imbarcazione si chiamava Andromeda.

Ricostruzione illustrativa della superficie del Baltico durante una fuga di gas
Ricostruzione illustrativa della turbolenza marina. Non è una fotografia delle perdite del 2022.

L’Andromeda e le tracce lasciate dai sabotatori

Secondo la ricostruzione della Procura federale tedesca, una squadra comprendente sommozzatori esperti, personale militare e uno skipper avrebbe noleggiato lo yacht a Rostock-Warnemünde, utilizzando documenti falsi. Il gruppo avrebbe poi raggiunto le acque nei pressi di Bornholm, dove sarebbero state collocate cariche esplosive sulle condotte a una profondità compresa fra circa settanta e ottanta metri.

Quando emerse la notizia del possibile coinvolgimento di uno yacht da diporto, molti osservatori espressero dubbi sulla fattibilità dell’operazione. Un’imbarcazione relativamente piccola poteva davvero essere utilizzata per un sabotaggio di quella portata?

Lavorare a ottanta metri di profondità richiede competenze specifiche, attrezzature adeguate e una pianificazione accurata, soprattutto quando bisogna trasportare e posizionare materiali esplosivi. Le dimensioni della barca, tuttavia, non escludono la possibilità di un’operazione condotta da personale addestrato. Restano da ricostruire i passaggi più impegnativi: come furono individuati i punti da colpire, dove vennero procurati gli esplosivi e chi fornì le informazioni necessarie.

Gli investigatori tedeschi hanno cercato risposte seguendo gli spostamenti della squadra. Fotografie scattate da turisti, immagini degli autovelox, registrazioni dei controlli di frontiera e documentazione relativa al noleggio avrebbero permesso di ricostruire parte del percorso compiuto dagli uomini coinvolti.

Le identità utilizzate erano false, ma le fotografie associate ai documenti hanno contribuito all’identificazione dei sospettati. Nell’estate del 2025 Serhii K., indicato come il presunto comandante del gruppo, è stato arrestato in Italia. Estradato in Germania nel novembre dello stesso anno, dovrà comparire davanti al Tribunale superiore regionale di Amburgo a partire dal 14 ottobre 2026. Un altro sospettato, descritto come uno dei sommozzatori, è stato arrestato in Croazia nell’agosto 2026.

La stampa tedesca ha riferito anche di ulteriori elementi raccolti dagli investigatori. Fra questi figurerebbero ricerche effettuate sul telefono di Serhii K. riguardanti la profondità delle acque, le coordinate e le caratteristiche tecniche delle condotte. Gli inquirenti avrebbero inoltre rilevato un’interruzione delle registrazioni del suo orologio sportivo Garmin durante le settimane nelle quali, secondo l’accusa, si sarebbe svolta l’operazione.

Il peso di questi indizi sarà valutato nel procedimento giudiziario. La loro importanza risiede soprattutto nel rapporto con gli altri elementi dell’indagine: gli spostamenti, i documenti falsificati, il noleggio dello yacht e le tracce di esplosivi rinvenute sull’imbarcazione.

La pista dell’Andromeda ha così assunto una consistenza che le prime ricostruzioni giornalistiche non possedevano.

Gli investigatori hanno seguito l’imbarcazione attraverso i porti del Baltico, ricostruendo il viaggio con fotografie, documenti falsi e registrazioni dei movimenti. Ma la traccia forse più interessante non è stata raccolta in mare.

Arriva dall’Italia.

Le telefonate dalla prigione e il problema della catena di comando

Durante la detenzione in Italia, in attesa dell’estradizione, Serhii K. avrebbe pronunciato parole difficili da conciliare con l’ipotesi di un’operazione organizzata da pochi uomini per iniziativa personale.

Secondo l’inchiesta pubblicata da ARD e Tagesschau l’8 ottobre 2026, le autorità italiane intercettarono colloqui nei quali il sospettato, parlando con la moglie, faceva riferimento alla necessità di rendere pubblica la natura dell’operazione. Avrebbe sostenuto che il sabotaggio fosse stato un’operazione militare ufficiale e che lui e un suo comandante non avessero agito per iniziativa personale.

In altre conversazioni avrebbe manifestato amarezza per essere stato abbandonato dall’Ucraina e dal suo presidente.

Le parole attribuite a Serhii K. non costituiscono da sole la prova di un ordine impartito dai vertici militari o politici. Ma introducono un elemento che gli investigatori non possono ignorare: l’uomo accusato di aver guidato la squadra avrebbe descritto l’operazione come parte di una struttura organizzata, non come l’impresa autonoma di un piccolo gruppo.

La Procura federale tedesca sostiene che Serhii K. abbia coordinato un’operazione condotta per conto di autorità statali ucraine. Kiev ha respinto il coinvolgimento dello Stato, mentre la difesa dell’imputato contesta la solidità delle prove.

Nelle inchieste giornalistiche sono comparsi i nomi di Roman Chervinsky, ex ufficiale dell’intelligence ucraina, e di Valerij Zaluzhny, allora comandante delle forze armate. Entrambi hanno respinto le attribuzioni di responsabilità che li riguardano. Anche il presidente Volodymyr Zelensky ha negato il coinvolgimento ucraino nel sabotaggio.

Le intercettazioni potrebbero aiutare a chiarire i rapporti fra gli uomini dell’Andromeda e i loro eventuali superiori. Per farlo, però, servirebbero riscontri indipendenti: comunicazioni, documenti, testimonianze e movimenti di denaro.

E c’è un’altra circostanza che rende questa storia più complessa. Prima che le condotte esplodessero, un progetto di sabotaggio ucraino era già entrato nei rapporti dell’intelligence occidentale.

Un avvertimento prima delle esplosioni

L’allarme, secondo le inchieste giornalistiche pubblicate nel 2023, partì dai Paesi Bassi.

L’intelligence militare olandese aveva raccolto informazioni su un piano per colpire Nord Stream e le aveva trasmesse alla CIA. Il progetto sarebbe stato attribuito a un gruppo ucraino. Washington, informata del rischio, avrebbe successivamente avvertito Kiev di non procedere.

A quel punto la vicenda assume una prospettiva diversa. Non riguarda più soltanto ciò che gli investigatori hanno ricostruito dopo il 26 settembre 2022, ma anche ciò che alcuni servizi conoscevano prima.

Il progetto segnalato dagli olandesi e il sabotaggio effettivamente compiuto potrebbero non coincidere in ogni dettaglio. È proprio questa distanza a meritare attenzione. Per stabilire se l’allarme riguardasse gli stessi uomini dell’Andromeda occorrerebbe confrontare date, obiettivi, modalità operative e identità indicate nei rapporti.

L’avvertimento americano, se confermato nei termini riportati, aggiunge un ulteriore passaggio: qualcuno a Washington ritenne quelle informazioni abbastanza importanti da intervenire presso Kiev.

La Germania, nel frattempo, era il paese più direttamente legato alle infrastrutture colpite. Secondo il Washington Post, la CIA aveva condiviso il rapporto anche con i servizi tedeschi, che avrebbero informato alcuni parlamentari già nel giugno 2022. Resta da chiarire come quell’allarme fu valutato, a quali livelli politici arrivò e quali verifiche seguirono.

Un’informazione può attraversare più servizi senza trasformarsi in una decisione politica. Può essere considerata inattendibile, incompleta oppure superata. Ma quando l’evento temuto si verifica davvero, il percorso di quella segnalazione diventa parte integrante dell’inchiesta.

La domanda, allora, non è soltanto se qualcuno avesse previsto un possibile attacco. È che cosa venne fatto dopo aver ricevuto l’allarme.

Mentre questo capitolo resta aperto, un’altra vicenda si è sviluppata proprio nel paese vicino alle acque del sabotaggio: la Danimarca.

Il rifiuto danese e il documento che non si trova

La Danimarca fu uno dei primi paesi a intervenire dopo le esplosioni. Le autorità avviarono un’indagine sulle detonazioni avvenute vicino a Bornholm, mentre Svezia e Germania conducevano accertamenti paralleli.

Nel febbraio 2024 Copenaghen annunciò la chiusura del proprio procedimento, spiegando che non sussistevano le condizioni necessarie per proseguire un’azione penale. Anche la Svezia aveva concluso la propria indagine senza indicare pubblicamente un responsabile.

La Germania continuò invece a seguire la pista dell’Andromeda.

Il 14 febbraio 2024, secondo quanto riportato dalla radiotelevisione danese DR sulla base dell’atto d’accusa tedesco, Copenaghen avrebbe respinto una richiesta di assistenza giudiziaria presentata dagli investigatori di Berlino. I tedeschi volevano svolgere interrogatori e accertamenti nelle zone di Bornholm e Christiansø, a poca distanza dai luoghi del sabotaggio.

La motivazione riportata? Un possibile rischio per la sicurezza dello Stato danese.

Svezia e Polonia, secondo la medesima ricostruzione, avevano invece collaborato.

Ma la vicenda riserva un particolare ancora più interessante. Quando DR ha cercato di ottenere il documento relativo al rifiuto, la procura di Copenaghen avrebbe risposto di non essere riuscita a individuarlo nei propri archivi.

Berlino cita dunque una decisione che avrebbe ostacolato parte delle indagini. Copenaghen, interpellata dai giornalisti, non riesce a rintracciarne il documento.

La questione è arrivata fino al Parlamento danese. Nelle interrogazioni 117 e 120, depositate il 21 agosto 2026, viene chiesta rispettivamente la trasmissione del documento e una spiegazione della discrepanza fra quanto riportato nell’atto d’accusa tedesco e quanto comunicato dalla procura danese. Il testo delle interrogazioni conferma l’esistenza delle richieste parlamentari, non prova da solo che il rifiuto sia avvenuto nei termini riferiti.

A questo punto l’inchiesta dovrebbe partire da una domanda molto semplice: chi firmò quella decisione e dove si trova l’atto?

Prima ancora di formulare ipotesi su ciò che la Danimarca intendesse proteggere, bisognerebbe poter leggere il documento che avrebbe impedito agli investigatori tedeschi di svolgere una parte del loro lavoro.

Ricostruzione illustrativa di una infrastruttura di trasporto del gas
Ricostruzione illustrativa di infrastrutture energetiche, non una fotografia del gasdotto danneggiato.

Un sabotaggio nel cuore della crisi europea

Nord Stream era stato un progetto controverso molto prima che gli esplosivi ne danneggiassero le condotte.

Per la Germania rappresentava una via diretta di approvvigionamento energetico dalla Russia. Per diversi paesi dell’Europa orientale costituiva invece una minaccia strategica, perché consentiva a Mosca di ridurre il peso delle reti di transito che attraversavano altri territori.

Gli Stati Uniti avevano criticato ripetutamente Nord Stream 2 e sostenuto misure contro la sua realizzazione. Nel febbraio 2022, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, Joe Biden dichiarò pubblicamente che, in caso di attacco russo, il progetto non sarebbe andato avanti. Il riferimento si collocava nel confronto diplomatico sulla certificazione e sul futuro operativo del gasdotto.

Dopo le esplosioni, quelle dichiarazioni sono state spesso richiamate da chi attribuisce agli Stati Uniti un possibile ruolo nel sabotaggio. Ma per valutare una responsabilità operativa occorre seguire elementi diversi dalle dichiarazioni politiche: persone, ordini, comunicazioni, mezzi e movimenti verificabili.

La pista proposta da Seymour Hersh e quella ricostruita dagli investigatori tedeschi si trovano oggi in condizioni documentali differenti. La prima si fonda pubblicamente soprattutto su una testimonianza anonima; la seconda ha prodotto un procedimento giudiziario con sospettati identificati e una serie di elementi materiali che saranno sottoposti al vaglio del tribunale.

Il contesto geopolitico rimane essenziale per comprendere le conseguenze dell’attacco. L’Europa ha accelerato il ricorso al gas naturale liquefatto, rafforzato i collegamenti con fornitori alternativi e investito in nuove infrastrutture. Norvegia e Stati Uniti hanno acquisito un ruolo crescente nel mercato energetico europeo, mentre una parte delle forniture russe ha continuato a raggiungere il continente attraverso rotte differenti.

La trasformazione era già cominciata prima delle esplosioni, ma il danneggiamento delle condotte ha reso ancora più complesso un eventuale ritorno al sistema precedente.

Chi ha guadagnato dalla nuova geografia energetica europea merita un’inchiesta economica approfondita. È una questione diversa dall’identificazione degli autori materiali del sabotaggio, e confondere le due piste rischierebbe di indebolirle entrambe.

Ciò che il processo potrebbe non raccontare

Il 14 ottobre 2026 Serhii K. dovrà comparire davanti al Tribunale superiore regionale di Amburgo. Il procedimento sarà chiamato a esaminare le accuse relative al sabotaggio, comprese quelle riguardanti l’impiego di esplosivi, la distruzione delle condotte e la possibile violazione delle norme di guerra sulla protezione degli obiettivi civili.

La difesa sostiene che manchino prove direttamente sufficienti a dimostrare la partecipazione del suo assistito e ha sollevato anche questioni legate al contesto bellico e alla natura dell’infrastruttura colpita.

Il tribunale dovrà valutare la responsabilità penale dell’imputato. La ricostruzione giudiziaria, tuttavia, potrebbe non esaurire la storia.

A Rostock gli investigatori hanno trovato le tracce del noleggio dell’Andromeda. Nei porti del Baltico hanno ricostruito gli spostamenti del suo equipaggio. In Italia, alcune conversazioni intercettate hanno aperto uno spiraglio sulla possibile catena di comando.

Prima delle esplosioni, un allarme era già passato dall’intelligence olandese a quella americana. Dopo l’attacco, la Germania avrebbe incontrato un ostacolo nella richiesta di collaborazione alla Danimarca, motivato con la sicurezza nazionale.

Sono episodi distinti, emersi in momenti diversi. Accostati, mostrano quanto della vicenda si trovi ancora fuori dal perimetro del processo.

La giustizia tedesca cercherà di stabilire se Serhii K. abbia partecipato al sabotaggio. Ma una sentenza, da sola, potrebbe non spiegare chi avesse conoscenza del piano, chi lo sostenne e perché alcune informazioni non abbiano ancora trovato una risposta pubblica.

Per quattro anni gli investigatori hanno cercato di capire chi portò gli esplosivi sul fondo del Baltico.

Resta da ricostruire il viaggio degli ordini che precedettero quello dell’Andromeda.

Fonti e documenti