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Pechino invia pattuglie a est di Taiwan e le chiama ordinaria applicazione della legge. Taipei denuncia una prova generale di blocco. I comunicati originali raccontano una battaglia per trasformare la presenza in autorità.

Taiwan, il blocco che non si dichiara

di Barbara Bucci | Alfa Network · 20 ottobre 2026

Pechino invia pattuglie a est di Taiwan e le chiama ordinaria applicazione della legge. Taipei denuncia una prova generale di blocco. I comunicati originali raccontano una battaglia per trasformare la presenza in autorità.


La nave è bianca, porta la scritta Guardia costiera e non ha bisogno di sparare un colpo. Può chiedere a un mercantile da dove arriva, annotare la risposta, sostenere di esercitare una giurisdizione e tornare il mese successivo. Il giorno in cui quella presenza viene chiamata «routine», il lavoro politico è già cominciato. Nel Pacifico occidentale, la differenza fra un pattugliamento e una prova di forza passa anche attraverso il timbro di un verbale.

Il 20 ottobre 2026, a Taipei, Randall Schriver, presidente della U.S.-China Economic and Security Review Commission, organismo istituito dal Congresso americano, ha definito «altamente destabilizzante» la presenza persistente della Guardia costiera cinese a est di Taiwan. Non ha annunciato un blocco navale in corso. Ha denunciato un meccanismo più sottile: usare il linguaggio dell'applicazione della legge per far apparire normale una pretesa di sovranità che Taipei respinge. Il suo intervento è riportato da Reuters. La differenza fra allarme e fatto compiuto, in questa storia, è decisiva.

Il primo giugno: due navi e una distanza misurabile

Il primo documento da aprire non è americano. È un comunicato della Guardia costiera di Taiwan datato 1° giugno 2026. Alle undici del mattino, secondo Taipei, le unità cinesi 2304 Baita e 2502 Daishan si trovavano rispettivamente a circa 52 e 51 miglia nautiche a est-sud-est di Lanyu, l'Isola delle Orchidee. Una nave taiwanese, la Changbin, ne seguiva gli spostamenti. Il comunicato specificava che le due unità erano rimaste fuori dalle acque che Taipei definisce ristrette.

È un dettaglio che merita più attenzione di molte dichiarazioni indignate: la stessa autorità taiwanese, mentre contestava la rivendicazione cinese, non descriveva quel pattugliamento come un'incursione nelle proprie acque ristrette. La presenza delle navi è documentata; l'esercizio legittimo della giurisdizione è invece il cuore della controversia. Confondere i due piani significherebbe regalare alla propaganda un titolo facile, da qualunque lato arrivi.

Sette giugno: la prova di forza che non fermò il traffico

Una settimana dopo, il 7 giugno, Taipei pubblicò un secondo comunicato. Elencava quattro navi governative cinesi, Haixun 06, Haixun 08, Haixun 09 e Donghai Jiu 113, partite da Xiamen. La Guardia costiera taiwanese dichiarava di aver schierato le unità Tamsui, Ji'an, Kaohsiung, Changbin e Hualien, oltre a pattugliatori lungo la linea delle 24 miglia nautiche. Precisava ancora che le navi cinesi non avevano attraversato il limite delle acque ristrette e che il traffico marittimo aveva continuato a funzionare normalmente.

La parola «blocco» non compare dunque come fatto accertato nei documenti di quel giorno. Compare come scenario temuto nelle valutazioni strategiche taiwanesi. Ma proprio la normalità apparente spiega la preoccupazione: non serve interrompere immediatamente il traffico per iniziare a costruire una capacità di controllo.

Cronologia delle operazioni e dichiarazioni su Taiwan da giugno a ottobre 2026
La progressione documentata: pattugliamenti, comunicati e contestazioni. Infografica originale Alfa Network basata sulle fonti ufficiali e su Reuters; non rappresenta rotte nautiche.

Centonovantotto navi: il numero che cambia significato a seconda di chi lo pronuncia

Il 24 giugno Reuters riportò un dato rivendicato dalla Cina: durante l'operazione, la Guardia costiera avrebbe effettuato controlli su 198 navi in transito e corretto violazioni relative a tre imbarcazioni. Taipei denunciò invece che tre mercantili erano stati disturbati da richieste riguardanti origine e destinazione del viaggio, accompagnate da rivendicazioni di giurisdizione cinese. In un precedente resoconto del 9 giugno, Reuters aveva precisato che, secondo la versione taiwanese allora disponibile, non risultavano abbordaggi né interruzioni della navigazione di quelle navi.

Due resoconti, tre numeri apparentemente simili e un rischio classico per il giornalismo frettoloso: scrivere «198 mercantili fermati». Non è ciò che le fonti consultate dimostrano. Il numero 198 è una rivendicazione operativa cinese; le tre navi segnalate da Taiwan sono un episodio contestato, non la prova di un blocco generalizzato. Per capire quanto potere sia stato realmente esercitato servirebbero registrazioni radio, rapporti dei comandanti e dati di navigazione indipendenti. Il confine fra controllo annunciato e controllo effettivo non si attraversa con un comunicato stampa.

La versione di Pechino: non una minaccia, ma una competenza

La Cina non nasconde la propria impostazione. Il 9 giugno il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian sostenne che Pechino dispone di una zona economica esclusiva e di una piattaforma continentale nell'area a est di Taiwan, contestando anche i colloqui di delimitazione marittima fra Giappone e Filippine. Il 25 giugno Guo Jiakun ribadì che le pattuglie erano, dal punto di vista cinese, un esercizio legittimo della giurisdizione previsto dal diritto interno e internazionale.

Il 29 settembre, un comunicato della Guardia costiera cinese, ripubblicato sul sito dell'ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Laos, descrisse nuove pattuglie a est di Taiwan come attività ordinarie. Citò un gruppo guidato dalla nave Zhujiajian e annunciò il rafforzamento dei controlli. Qui la parola politicamente più importante non è «nave». È «ordinario». Una misura eccezionale può suscitare una crisi diplomatica; una misura dichiarata normale può diventare, col tempo, la premessa di un'abitudine amministrativa.

Per Pechino, Taiwan è parte della Cina e il governo dell'isola non ha titolo per opporre una sovranità distinta. Per Taipei, la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare Cinese non sono subordinate l'una all'altra. Queste sono posizioni politiche e giuridiche incompatibili, non due fotografie della stessa realtà da scegliere secondo simpatia.

Il diritto del mare non è un assegno in bianco

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare distingue il mare territoriale, estendibile fino a 12 miglia nautiche, dalla zona contigua, fino a 24 miglia, e dalla zona economica esclusiva, che può arrivare a 200 miglia. Nella zona economica esclusiva lo Stato costiero gode di diritti sovrani soprattutto sulle risorse e di competenze specifiche; non possiede però una sovranità piena equivalente a quella esercitata sul mare territoriale. L'articolo 58 tutela la libertà di navigazione e di sorvolo e la posa di cavi sottomarini.

È qui che la retorica di entrambe le parti deve affrontare una verifica. Dire «quelle sono le nostre acque» non basta, da solo, a giustificare qualsiasi ispezione di una nave straniera. D'altra parte, dire «acque internazionali» senza distinguere mare territoriale, zona economica esclusiva e possibili sovrapposizioni può essere altrettanto impreciso. La Convenzione non risolve automaticamente la disputa sullo status di Taiwan, né attribuisce a chiunque invochi una zona economica esclusiva un potere generale di polizia sul traffico commerciale.

Schema concettuale delle zone del diritto del mare: 12, 24 e 200 miglia nautiche
Le zone previste dalla Convenzione ONU sul diritto del mare. Schema didattico originale, non in scala e non riferito a una specifica delimitazione contestata.

Il documento americano: una routine può preparare un blocco?

La Commissione economica e di sicurezza USA-Cina aveva già affrontato il tema nel proprio bollettino del 23 luglio 2026. Ricostruiva l'annuncio cinese del 4 luglio, secondo cui i pattugliamenti a est di Taiwan sarebbero diventati una routine. Interpretava la continuità di queste operazioni come una forma di lawfare, uso strategico del diritto e delle pretese di giurisdizione per modificare le condizioni sul mare senza presentarsi come un'azione militare.

Quella della Commissione è un'analisi istituzionale statunitense, non una confessione cinese né una prova che un blocco sia stato deciso. Ma offre una chiave di lettura verificabile: una presenza ripetuta consente di studiare reazioni, tempi di risposta, comunicazioni e comportamenti delle navi commerciali. In agosto, secondo un successivo resoconto Reuters, la Cina ha anche annunciato rilievi dei fondali nell'area orientale. La ricerca idrografica può avere usi civili legittimi; il suo possibile valore strategico non dimostra da solo un'intenzione offensiva.

Le navi bianche hanno un vantaggio politico rispetto alle unità da guerra. Se il vicino reagisce militarmente, può essere accusato di aver trasformato un controllo amministrativo in un incidente. Se non reagisce, l'attività rischia di consolidarsi. È il genere di equilibrio in cui ciascuno accusa l'altro di provocazione mentre prova a stabilire chi possa scrivere il regolamento.

Washington e la diplomazia del prezzo

Il 20 ottobre la disputa si è intrecciata anche con le vendite di armamenti americani. Reuters riferisce che un nuovo pacchetto da circa 14 miliardi di dollari per Taiwan non ha ancora ottenuto l'approvazione del presidente Donald Trump, che a maggio lo aveva descritto come una carta negoziale nei rapporti con Xi Jinping. Schriver ha ipotizzato che un avanzamento possa arrivare più avanti, forse con una diversa struttura delle vendite. È una previsione, non un calendario ufficiale.

La cautela è necessaria anche qui. Il ritardo nelle autorizzazioni americane è riportato da Reuters e, a settembre, aveva suscitato le proteste del fondatore di Anduril, Palmer Luckey. Non abbiamo però un documento che dimostri un nesso causale diretto fra quello stallo e ciascuna pattuglia cinese. Ciò che si vede è la simultaneità di due strumenti di pressione: Pechino costruisce una presenza sul mare; Washington conserva un margine negoziale sulle forniture militari. Taipei si trova nel punto in cui i calendari diplomatici degli altri diventano un problema di sicurezza proprio.

Giappone, Filippine, Europa: nessuno osserva da una tribuna neutrale

La disputa non si ferma allo Stretto di Taiwan. Pechino collega le proprie iniziative anche ai colloqui fra Giappone e Filippine sulla delimitazione di spazi marittimi; gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e la Germania hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle pattuglie sulla libertà di navigazione. Le ambasciate di fatto di tre paesi europei a Taipei hanno diffuso a giugno una rara dichiarazione congiunta. È una reazione diplomatica documentata, non l'annuncio di un intervento militare europeo.

In questo teatro, una rotta commerciale, un cavo sottomarino e una comunicazione radio possono pesare più di un proclama. Per questo il racconto di una Cina che avrebbe già «chiuso» Taiwan è prematuro; quello di semplici giri di ronda senza conseguenze politiche è invece ingenuo. Le fonti indicano una progressiva normalizzazione della presenza cinese e un conflitto aperto su chi abbia il diritto di esercitare autorità.

La domanda che conta non è quando comincerà la guerra

La domanda è quale gesto verrà considerato normale prima che la guerra cominci, o prima che una crisi diplomatica riesca a impedirla. Una nave che pattuglia non è un blocco. Una nave che interroga un mercantile non ha necessariamente fermato il commercio. Ma una sequenza di controlli rivendicati, ripetuti e difesi come esercizio di sovranità può cambiare le aspettative di chi naviga, assicura carichi e pianifica rotte.

Il rischio più interessante, e meno fotogenico, non è dunque il colpo di cannone. È il giorno in cui un capitano, prima di attraversare quelle acque, si domanderà a quale autorità deve chiedere il permesso. Quando la risposta sarà data per scontata, il mare sarà già cambiato. Anche senza una dichiarazione di blocco.

Fonti e documenti consultati

Nota metodologica: l'articolo confronta comunicati ufficiali di Taipei e Pechino, la Convenzione ONU sul diritto del mare, documenti della Commissione del Congresso USA e cronache Reuters. Le dichiarazioni sulle intenzioni di un futuro blocco sono attribuite ai rispettivi soggetti; non sono presentate come un piano militare accertato. Le immagini sono infografiche e illustrazioni originali, non fotografie degli eventi.