Questo sito utilizza dei cookies per il suo funzionamento, ed ha sue impostazione per la privacy.

Alfa Network

Sotto la Cappadocia esiste un mondo di scale, porte di pietra e pozzi profondi. Philip Cheshire entra a Derinkuyu e distingue storia, misteri e informazioni pratiche aggiornate.

Philip Cheshire | Alfa Network | Revisione editoriale 16 ottobre 2026

All’alba, sopra la Cappadocia, le mongolfiere disegnano un cielo che sembra non voler finire. Sotto, invece, il paesaggio ha un secondo volto. Nel paese di Derinkuyu una scala scende nel tufo e la luce si assottiglia. Non è l’ingresso di una tomba né di una miniera: è la soglia di un luogo costruito per permettere a intere comunità di sparire alla vista senza abbandonare la propria terra. Il viaggio comincia con un gesto semplice, chinare la testa, e con una domanda che ci accompagnerà fino all’uscita: quanta paura, quanta abilità e quanti secoli servono per scavare una città al contrario?

La porta che chiude il mondo

La scala costringe a rallentare. Prima le spalle sfiorano il tufo, poi la volta si abbassa: la città non si lascia osservare tutta insieme, obbliga a scoprirla un passaggio alla volta. Il primo incontro decisivo è con la roccia. I corridoi sono stretti, le svolte ravvicinate, gli ambienti ricavati sottraendo materia a una pietra vulcanica relativamente tenera da lavorare, ma capace di sostenere una rete complessa di stanze. In questo paesaggio non si costruisce aggiungendo mattoni: si progetta togliendo roccia, e un errore di scavo può diventare impossibile da correggere. Derinkuyu è una delle città sotterranee della Cappadocia comprese nel paesaggio riconosciuto dall’UNESCO, non un monumento isolato. L’architettura parla soprattutto di necessità: magazzini, stalle, ambienti comuni, luoghi di culto e passaggi che si possono difendere.

Poi appare il dettaglio che cambia tutto: una porta circolare di pietra, simile a un’enorme macina, concepita per sbarrare il corridoio. Il suo valore non è decorativo. Dove passa una persona per volta, un piccolo gruppo può rallentare un nemico numeroso. Il foro centrale e la posizione delle chiusure ricordano che queste barriere appartenevano a un sistema organizzato, non a un rompicapo lasciato per i posteri. Il Ministero della Cultura turco descrive proprio i grandi cilindri di pietra usati per chiudere i tunnel in caso di pericolo. Immaginare quella pietra scorrere nella sua sede cambia il senso del corridoio. Non è più soltanto un passaggio: diventa una frontiera. Dietro la barriera potevano esserci bambini, animali, scorte e persone in attesa. Per quanto tempo? La pietra non lo dice. Ma tutta la città sembra progettata attorno a questa incertezza.

Ricostruzione editoriale della porta circolare di Derinkuyu
Porta circolare difensiva: ricostruzione editoriale, non fotografia documentaria.

Una macchina per resistere

Oltre la porta, il problema non era soltanto impedire a qualcuno di entrare. Era rendere possibile restare. Un rifugio senza aria sarebbe diventato una trappola; senza acqua, una promessa destinata a durare poco; senza scorte, un vicolo cieco. La documentazione ufficiale turca descrive pozzi, camini di ventilazione, depositi, luoghi di preparazione degli alimenti, ambienti religiosi e una scuola missionaria con volta a botte. Un condotto profondo circa cinquantacinque metri funzionava anche come pozzo; non tutte le prese d’acqua comunicavano direttamente con la superficie, una precauzione difensiva comprensibile in tempi di assedio. La città era un insieme di decisioni tecniche: quale passaggio lasciare aperto, quale isolare, dove mettere gli animali, come evitare che il rifugio diventasse una trappola.

Non sappiamo quanti abitanti fossero presenti in un preciso momento. La cifra di ventimila persone, ripetuta in molte guide, è una stima divulgativa e non il risultato di un censimento o di una misurazione unanimemente accettata. Lo stesso vale per la profondità: gli ottantacinque metri spesso citati descrivono la massima estensione riportata del complesso, non la quota che ogni visitatore raggiunge durante la visita. Il percorso aperto al pubblico è soltanto una parte della rete conosciuta. È sufficiente per comprendere la logica del luogo, non per pretendere di averlo esplorato interamente.

Chi ha scavato per primo?

Il fascino di Derinkuyu nasce anche dall’impossibilità di assegnare tutta la città a una sola data. Si leggono attribuzioni agli Ittiti, ai Frigi, alle colonie assire, ai primi cristiani. Ma una cavità utilizzata in età bizantina può essere stata ampliata più volte; un ambiente antico può avere cambiato funzione; una tradizione locale può conservare un ricordo senza fornirne una datazione archeologica. Il Ministero turco presenta interpretazioni differenti nelle proprie schede, mentre l’UNESCO documenta con particolare chiarezza il paesaggio degli insediamenti rupestri cristiani e il loro impiego come rifugi durante le incursioni che interessarono il mondo bizantino. Non è corretto trasformare questa stratificazione in una singola data di fondazione.

Le fonti istituzionali non offrono una cronologia perfettamente uniforme. Una scheda del Ministero turco colloca la costruzione difensiva fra IX e X secolo; un’altra richiama presenze più antiche nella regione, mentre l’UNESCO insiste sull’uso dei centri sotterranei come rifugi nel contesto bizantino. Non sono tre date alternative per lo stesso evento: descrivono, con diversi gradi di certezza, frequentazione del territorio, sviluppo degli ambienti e impiego storico del complesso. Confonderle significherebbe inventare una certezza che la roccia non conserva.

Ricostruzione editoriale delle gallerie di Derinkuyu
Le gallerie nella roccia vulcanica: ricostruzione editoriale, non fotografia documentaria.

La tentazione di cercare un unico fondatore è comprensibile. Ma davanti a una parete scavata secoli fa il vero interrogativo cambia: quale tratto è stato aperto per primo, quale allargato, quale trasformato in cappella o magazzino? Servirebbero sequenze di lavorazione leggibili, reperti in contesto, confronti tra tecniche, tracce di riuso e cronologie riferite a settori specifici. Il racconto delle origini rimane aperto perché l’insieme è il risultato di fasi successive. È più plausibile leggere questi vuoti come pagine sovrapposte, alcune cancellate dal lavoro di chi è venuto dopo. Ecco il limite più affascinante dell’indagine: scavare una stanza significa anche rimuovere una parte delle tracce che permetterebbero di datarla.

La paura che diventò architettura

Nelle descrizioni turistiche si parla spesso di «città perduta». È una formula seducente, ma incompleta. Derinkuyu è soprattutto una città di rifugio, adattata a periodi di insicurezza. Le comunità cristiane della Cappadocia usarono gli insediamenti rupestri anche per proteggersi durante le tensioni e le incursioni del periodo bizantino. Qui la storia non ha il volto di un sovrano trionfante: ha quello di famiglie che preparano provviste, difendono accessi, scavano un ambiente di culto e provano a conservare una vita comune mentre fuori cambia il potere. La pietra non racconta tutto; tuttavia mostra che la sopravvivenza era stata pensata in anticipo.

Le leggende del sottosuolo

In superficie le mongolfiere cercano il cielo. Qui sotto, invece, è la terra ad attirare le storie. Una scala che scompare nella roccia sembra invitare a immaginare altre scale, altri abitanti, altri secoli mai raccontati. Nel discorso contemporaneo si aggiungono ipotesi di catastrofi cosmiche e interventi extraterrestri. È possibile discuterne come fenomeno culturale, chiedendosi perché certi luoghi generino tali narrazioni. Non esistono però prove archeologiche che attribuiscano Derinkuyu a tecnologie non umane o a una civiltà sconosciuta tecnologicamente superiore. Le porte, i pozzi e gli ambienti sono spiegabili attraverso capacità costruttive storiche e l’adattamento alla geologia locale. Il fascino non diminuisce quando una leggenda incontra un limite. Diventa più preciso: non abbiamo bisogno di attribuire a visitatori celesti ciò che sappiamo ricondurre a mani umane. Restano aperte domande concrete, sui primi scavi, sulle fasi di ampliamento e sulle comunità che tramandarono il sapere necessario a costruire sottoterra.

Due giorni tra cielo e sottosuolo

La risalita non dovrebbe concludere il viaggio. Il giorno seguente, osservando da fuori le colline di tufo, si capisce meglio perché proprio questa terra potesse essere scavata. Per organizzare l’esperienza senza perdere il filo, conviene cominciare presto, prima dell’affollamento. Da Nevşehir si raggiunge Derinkuyu in circa trenta chilometri; da Göreme il tragitto è più lungo e conviene verificarlo sulla mappa prima della partenza. Alla città sotterranea riserverei almeno un’ora, meglio di più se si desidera leggere i pannelli e procedere senza fretta. Nel pomeriggio si può raggiungere Kaymaklı, un altro complesso sotterraneo con un’organizzazione differente. Non è una gara a chi scende più in basso: il confronto aiuta a capire come comunità diverse abbiano risposto a problemi simili. Il secondo giorno lo dedicherei alle chiese rupestri e al paesaggio della valle di Ihlara, senza forzare troppe tappe in poche ore.

Chi soffre di claustrofobia, ha difficoltà motorie o non tollera scale ripide deve considerare che i passaggi possono essere bassi e stretti. Scarpe con buona aderenza, una giacca leggera e una visita non affrettata contano più di qualsiasi accessorio da esploratore. Non si devono oltrepassare barriere o percorrere tunnel chiusi: il sito è un monumento protetto, non un sistema di grotte da esplorare liberamente.

Orari e biglietti: cosa verificare

Alla data della revisione, 16 ottobre 2026, due pagine istituzionali turche non coincidono: la scheda muze.gov.tr indica apertura dalle 08:00 alle 18:00, con ultimo accesso alla biglietteria alle 17:15; la piattaforma Turkish Museums indica per la stagione invernale 08:00–17:00, biglietteria fino alle 16:15, e una tariffa ordinaria di 13 euro per i visitatori stranieri. Esiste inoltre un avviso ministeriale sugli orari estesi della stagione turistica 2026. Non è possibile garantire quale orario sia applicato al giorno della visita: per prudenza programmate l’ingresso nella prima parte della giornata e verificate direttamente sul portale ufficiale o con la biglietteria. Il sito è a Bayramlı Mahallesi, Şemşili Yolu Sokak, Derinkuyu, provincia di Nevşehir.

Risalire

L’ultima scala restituisce al viaggiatore la luce. In alto, la Cappadocia riprende il suo aspetto familiare: vallate, case, vento, mongolfiere lontane. Ma dopo Derinkuyu il paesaggio non è più lo stesso. Ogni collina potrebbe custodire una stanza, ogni porta di pietra ricorda una decisione presa molto tempo fa. In alto il cielo è immenso; sotto, ogni metro era stato guadagnato lentamente, togliendo pietra. La porta circolare rimane alle spalle, invisibile dalla strada. Forse è questo il segreto più difficile da portare via da Derinkuyu: non una civiltà impossibile, ma la pazienza di uomini e donne che, pur di non perdere la propria terra, impararono ad abitarne anche il buio.

Fonti