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Alfa Network

Russia e Cina fermano il panel ONU che monitorava le sanzioni all’Iran. Washington risponde con nuove misure finanziarie, mentre la diplomazia resta aperta.

Barbara Bucci | Alfa Network | 18 settembre 2026

Le sanzioni restano. Il controllore, invece, se ne va. Il diciassette settembre Russia e Cina hanno bloccato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la proroga del mandato del gruppo di esperti incaricato di monitorare l’applicazione delle sanzioni internazionali contro l’Iran. È una di quelle vicende diplomatiche in cui tutti dichiarano di voler difendere il diritto internazionale, purché sia il proprio interprete a tenere in mano il dizionario.

Il voto non cancella le sanzioni reintrodotte nel 2025 attraverso il meccanismo di “snapback”. Elimina però il mandato del panel indipendente che dovrebbe indagare sulle violazioni e riferire al Consiglio. Washington e i governi europei sostengono che questo indebolirà la capacità di verificare l’applicazione delle misure. Mosca e Pechino replicano che il problema non è il monitoraggio, ma la legittimità stessa del ritorno delle sanzioni.

Che cosa è successo all’ONU

Secondo Reuters, Russia e Cina hanno posto il veto alla risoluzione che avrebbe esteso il mandato degli esperti. Il panel, peraltro, era già rimasto sostanzialmente paralizzato nell’ultimo anno perché il Consiglio non era riuscito a trovare un accordo sulle nomine.

Fatto verificato: il mandato non è stato prorogato. Conseguenza: viene meno uno strumento indipendente di raccolta e pubblicazione delle informazioni sulle possibili violazioni. Cosa non significa: che le sanzioni ONU siano state automaticamente abolite.

Consiglio di Sicurezza ONU durante una disputa sulle sanzioni all'Iran
Il Consiglio di Sicurezza torna a dividersi sull’Iran. Immagine editoriale originale Alfa Network, ricostruzione fotorealistica.

Il nodo dello snapback

Francia, Regno Unito e Germania avevano attivato nel 2025 il meccanismo previsto dalla risoluzione duemiladuecentotrentuno, sostenendo che Teheran non rispettasse gli impegni nucleari. Le precedenti sanzioni ONU sono quindi tornate in vigore. La posizione occidentale è che il procedimento sia giuridicamente valido e vincolante per tutti gli Stati membri.

Russia, Cina e Iran contestano invece la legittimità del meccanismo e accusano gli occidentali di utilizzare il Consiglio di Sicurezza come leva politica. È una disputa giuridica ma anche strategica: se due membri permanenti del Consiglio rifiutano la cornice con cui le sanzioni vengono applicate, l’universalità della misura resta formalmente intatta ma politicamente molto meno universale.

Washington stringe il cappio finanziario

Nelle stesse ore gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione economica. Il Tesoro americano ha riunito istituzioni finanziarie internazionali nell’ambito dell’operazione “Economic Outcast”, fornendo informazioni destinate a individuare e interrompere reti finanziarie e commerciali collegate all’Iran.

Il diciassette settembre Washington ha inoltre sanzionato BitBank, una piattaforma di criptovalute collegata al finanziere iraniano Babak Zanjani. Il Tesoro statunitense sostiene che la rete abbia movimentato centinaia di milioni di dollari, anche attraverso pagamenti collegati alla navigazione nello Stretto di Hormuz e a circuiti riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione.

Accusa americana: Teheran utilizza criptovalute, società intermediarie e reti finanziarie internazionali per aggirare le sanzioni. Interpretazione iraniana: la pressione economica è parte di una strategia politica destinata a indebolire il paese. Le due letture non sono equivalenti sul piano probatorio: le designazioni statunitensi contengono accuse specifiche, ma restano provvedimenti amministrativi americani e non sentenze di un tribunale internazionale.

Industria ed economia iraniana sotto pressione delle sanzioni
Energia, commercio e finanza sono diventati il secondo fronte dello scontro con Teheran. Immagine editoriale originale Alfa Network, ricostruzione fotorealistica.

La porta diplomatica resta socchiusa

Il paradosso arriva da Washington stessa. Sempre il diciassette settembre, l’amministrazione statunitense ha confermato che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi potranno partecipare alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, seppure con restrizioni negli spostamenti.

Quindi l’Iran viene contemporaneamente isolato finanziariamente e ammesso nel luogo dove si negozia la sua uscita dall’isolamento. Non è necessariamente una contraddizione: pressione e diplomazia viaggiano spesso sullo stesso binario. Ma rende bene l’idea di quanto la partita sia ancora aperta.

Pechino prova a fare il pompiere, con una petroliera parcheggiata fuori

Il sedici settembre il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato Stati Uniti e Iran a mostrare moderazione e a riprendere i negoziati, chiedendo anche il ripristino della sicurezza nello Stretto di Hormuz. La Cina ha un interesse evidente alla stabilità della regione: è uno dei maggiori acquirenti di petrolio iraniano e qualsiasi interruzione prolungata delle rotte energetiche colpisce direttamente la sua economia.

Questo non rende automaticamente la mediazione cinese disinteressata. Ma sarebbe altrettanto curioso pretendere che Washington, Mosca o Bruxelles conducano politica estera per beneficenza.

Fatti, propaganda e zona grigia

Fatti verificati: Russia e Cina hanno bloccato la proroga del panel ONU; le sanzioni reintrodotte attraverso lo snapback non vengono cancellate dal voto; Washington ha imposto nuove misure contro reti finanziarie iraniane; la delegazione iraniana potrà partecipare all’Assemblea Generale.

Posizione occidentale: senza un organismo indipendente di monitoraggio sarà più difficile individuare e documentare le violazioni delle sanzioni.

Posizione russo-cinese: l’Occidente ha politicizzato il dossier nucleare e il ritorno delle sanzioni non costituisce una base legittima per nuove strutture di controllo.

Ipotesi: l’assenza del panel potrebbe facilitare l’elusione delle misure. È plausibile, ma il panel era già paralizzato da mesi e quindi l’effetto reale dovrà essere misurato nel tempo.

La guerra economica entra nella sua fase più strana

Il caso iraniano mostra un problema più ampio. Le sanzioni internazionali funzionano davvero soltanto quando chi controlla commercio, finanza, assicurazioni e trasporti accetta di applicarle. Se una parte crescente del sistema mondiale costruisce circuiti alternativi, valute diverse, criptovalute, triangolazioni commerciali e istituzioni parallele, la sanzione non scompare: diventa più costosa da far rispettare.

E così l’ONU conserva formalmente le misure contro Teheran mentre perde il gruppo incaricato di controllarle; gli Stati Uniti chiudono nuove porte finanziarie mentre lasciano aperta quella dell’Assemblea Generale; Cina e Russia chiedono diplomazia mentre smontano il meccanismo occidentale di sorveglianza.

Non è ancora la fine dell’ordine internazionale. Ma comincia ad assomigliare parecchio a una riunione di condominio in cui tutti riconoscono il regolamento e nessuno concorda su chi abbia le chiavi del portone.

Barbara Bucci (Babu)

Fonti