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Nove minuti dopo la DSCN6712, la stessa Nikon registra tra due cappotti una forma chiara che nessuno dei presenti ricorda di avere visto.

Secondo episodio del dossier fotografico della Valmalenco. Nove minuti dopo la DSCN6712, la stessa Nikon registra tra due cappotti una forma chiara che nessuno dei presenti ricorda di avere visto nella stanza.

Fotografia DSCN6735 completa scattata nella casa di Chiesa in Valmalenco
DSCN6735: copia destinata alla pubblicazione, fornita dall’autore. La forma chiara è visibile sull’appendiabiti al centro-destra.

Il secondo scatto rilevante della notte di Chiesa in Valmalenco

La fotografia DSCN6735 appartiene alla stessa sequenza iniziata in casa dell’allora maresciallo dei Carabinieri Alessandro Di Roio. Non è il fotogramma immediatamente successivo alla DSCN6712, ma è il secondo scatto rilevante individuato nella serie: fu realizzato nove minuti e ventisei secondi dopo il primo, con la stessa Nikon COOLPIX S2700.

Quella sera erano presenti Alessandro Di Roio, Andrea Dal Bon, Maurizio Rucco, la moglie di Alessandro e alcuni dei suoi figli. La macchina fotografica era stata presa da uno dei bambini, che aveva cominciato a scattare liberamente nella stanza. Poco dopo, vista l’ora, Andrea, Alessandro e Maurizio decisero di uscire per una camminata notturna nel parco di Vassalini, a Chiesa in Valmalenco, portando con loro anche i cani di Alessandro, abituati ad accompagnarlo.

Per i tre non si trattava di una spedizione preparata in modo particolare. Da anni svolgevano ricerche e sopralluoghi in valle e avere una fotocamera a portata di mano era ormai normale. Proprio gli scatti casuali, non costruiti e privi di aspettative immediate, avevano spesso prodotto i risultati più interessanti.

Prima di uscire, però, la DSCN6735 aveva già registrato qualcosa che nessuno dei presenti ricorda di avere visto nella stanza.

La testimonianza: sulla gruccia non c’era nulla

Nella fotografia Andrea Dal Bon è visibile sulla sinistra, con una felpa verde. Sulla parete di fronte si trova un appendiabiti con due capi scuri. Tra i cappotti compare una forma chiara e verticale: nella zona superiore sembra delinearsi un volto di profilo o a tre quarti; nella parte inferiore la figura si assottiglia e pare fondersi con la parete o emergere da essa.

Secondo la testimonianza di Andrea, tra i due cappotti non era appeso alcun indumento bianco: c’era soltanto una gruccia vuota. Nessuno dei presenti notò una persona, un tessuto chiaro o un oggetto con quella forma. L’intera sagoma bianca, compresa la configurazione simile a un volto, fu osservata soltanto nella fotografia.

Questo punto deve rimanere distinto dal dato fotografico. Il JPEG dimostra che una regione chiara è registrata tra i capi; la dichiarazione che nello spazio reale non vi fosse nulla è invece una testimonianza sulla scena. Le due informazioni sono compatibili con l’ipotesi di un’anomalia, ma una singola fotografia non consente da sola di ricostruire tutto ciò che si trovava davanti all’obiettivo.

Che cosa mostra realmente l’ingrandimento

Ritaglio della figura chiara e dell’orb nella DSCN6735
Ritaglio della DSCN6735: la regione antropomorfa fra i cappotti e, più in alto, una formazione circolare illuminata dal flash.

La forma non presenta l’aspetto tipico del piccolo “orb” circolare visibile più in alto sulla parete. L’orb è puntiforme, tondeggiante e compatibile, almeno morfologicamente, con il comune ritorno del flash su polvere o particelle vicine all’obiettivo. La figura tra i cappotti è invece estesa e organizzata verticalmente.

Nell’ingrandimento si distinguono:

  • una zona superiore ovale e chiara;
  • un margine scuro che può essere letto come linea dei capelli, bordo di un velo o semplice confine con il cappotto;
  • variazioni tonali che l’occhio associa a fronte, cavità oculare, naso, bocca e mento;
  • una parte inferiore lattiginosa, priva di un contorno corporeo completo, che sembra interrompersi dentro la disposizione degli abiti.

La lettura di un volto è quindi visivamente comprensibile. Non è però possibile ricavare dalla sola immagine un’identità, un sesso biologico, un’etnia o una provenienza. Definizioni come “figura femminile”, “dama bianca” o “presenza nordica” appartengono al livello iconografico e interpretativo, non a quello dell’identificazione forense.

Esame del JPEG originale

Il file esaminato è DSCN6735.JPG, non uno screenshot né il ritaglio pubblicato sui social.

Dati del file

  • dimensioni: 4608 × 3456 pixel, circa 15,9 megapixel;
  • peso: 3.760.943 byte;
  • fotocamera: NIKON COOLPIX S2700;
  • software dichiarato nei metadati: COOLPIX S2700V1.0;
  • data e ora originali: 14 novembre 2015, ore 21:32:34;
  • esposizione: 1/25 s;
  • diaframma: f/3,8;
  • sensibilità: ISO 500;
  • focale: 5,3 mm, equivalente a 30 mm nel formato 35 mm;
  • flash: automatico, scattato;
  • zoom digitale: assente;
  • spazio colore: sRGB;
  • codifica: JPEG Baseline DCT, 8 bit, sottocampionamento YCbCr 4:2:2.

Impronte crittografiche della copia esaminata

  • MD5: 43d3a7537f5125f023d765fa5a573d4e
  • SHA-256: 2faae5806bdf9cb5b9545f40533f5e4194081bc655c73736dab51ce14c3d986f

Queste impronte non provano da sole come sia nata l’immagine; servono a identificare senza ambiguità il file analizzato e a verificare che non cambi durante gli esami successivi.

La struttura EXIF è ampia e coerente con un JPEG prodotto dalla S2700: comprende MakerNotes Nikon, miniatura incorporata, parametri di esposizione e informazioni di messa a fuoco. Il campo “Scene Type” indica “Directly photographed” e “Custom Rendered” indica “Normal”. Non compaiono riferimenti a Photoshop, GIMP o ad altri editor esterni.

Nei MakerNotes è presente anche la voce Retouch History: Quick Retouch. Sulle compatte Nikon questa dicitura è compatibile con una funzione di ritocco interna alla fotocamera. Non equivale a dimostrare l’inserimento di una figura e non identifica un montaggio esterno; impedisce però di sostenere, senza riserve, che il JPEG sia necessariamente la prima codifica intatta e mai rielaborata dal dispositivo.

La formulazione tecnicamente corretta è quindi questa: DSCN6735 presenta forti indicatori di provenienza dalla Nikon COOLPIX S2700 e non mostra evidenze positive di un fotomontaggio esterno; la sola analisi del JPEG non può tuttavia provare in assoluto l’assenza di qualsiasi elaborazione né sostituire una catena di custodia documentata dal momento dello scatto.

Risultati FotoForensics

L’originale è stato sottoposto direttamente a FotoForensics. Il servizio ha riconosciuto il file come JPEG da 4608 × 3456 pixel e ha stimato l’ultima codifica al 96% di qualità sulla propria scala non standard. I metadati letti dal servizio coincidono con quelli estratti localmente: Nikon S2700, data e ora 21:32:34, ISO 500, flash attivo, 1/25 s e f/3,8.

L’Error Level Analysis, o ELA, visualizza le differenze prodotte ricomprimendo il JPEG. Nella mappa la sagoma chiara segue la stessa logica generale delle strutture vicine: emergono soprattutto bordi, pieghe dei tessuti e passaggi ad alto contrasto. Non appare un riquadro netto, un bordo di selezione o una regione uniformemente estranea che permetta di affermare che la figura sia stata incollata sopra lo scatto.

Questo è un risultato favorevole alla coerenza interna del file, ma non costituisce una certificazione di autenticità. La stessa documentazione di FotoForensics avverte che l’ELA è uno strumento interpretativo: illuminazione, trama, bordi, rumore, salvataggi e algoritmi della fotocamera possono produrre differenze che non dipendono da manipolazioni. Allo stesso modo, un ritocco ben eseguito o seguito da una ricompressione uniforme può non generare una firma evidente.

In sintesi: l’ELA non offre una prova positiva di compositing nella zona della figura, ma neppure può dimostrare che quella forma corrisponda a un’entità presente nella stanza.

Le spiegazioni convenzionali da mettere alla prova

Prima di attribuire la sagoma a una presenza anomala, vanno considerate quattro possibilità ordinarie.

1. Fodera, cappuccio o tessuto illuminato dal flash

La forma potrebbe essere stata prodotta da una parte chiara di un indumento, da una fodera rovesciata o da un cappuccio. Il flash ravvicinato può schiarire fortemente un materiale che, a luce ambiente, appariva poco evidente. Questa spiegazione è fotograficamente plausibile, ma entra in contrasto con la testimonianza secondo cui fra i cappotti vi era soltanto una gruccia vuota. Per verificarla servirebbero fotografie di confronto dell’appendiabiti scattate subito dopo, dalla stessa posizione e con la stessa illuminazione.

2. Sovrapposizione prospettica

L’inquadratura è inclinata e comprime nello stesso settore parete, abiti, grucce e ombre. Elementi distinti nello spazio possono così comporre una sola figura sul piano dell’immagine. È una possibilità che non richiede un oggetto a forma di volto.

3. Pareidolia

Il cervello umano è estremamente sensibile agli schemi facciali. Poche zone chiare e scure, soprattutto racchiuse in un ovale, possono essere organizzate percettivamente come occhi, naso e bocca. Chiamare in causa la pareidolia non significa negare che la configurazione sia impressionante; significa distinguere la presenza di un’immagine facciale dalla prova che davanti alla fotocamera vi fosse un volto reale.

4. Artefatti di flash e compressione

ISO 500, tempo di 1/25 s, flash diretto e trama irregolare dei tessuti sono condizioni capaci di produrre riflessi, rumore, microcontrasto e bordi ambigui. La compressione JPEG può accentuare alcune transizioni, ma non “inventa” deliberatamente un volto completo: può piuttosto fornire dettagli sui quali la percezione costruisce una forma riconoscibile.

Ricostruzione editoriale ispirata alla figura chiara della DSCN6735
Ricostruzione editoriale dichiarata: rappresentazione interpretativa, non prova fotografica e non sostituto dello scatto originale.

Dama bianca, apparizione mariana o figura norrena?

Una figura pallida apparentemente femminile richiama inevitabilmente immagini presenti in molte tradizioni: l’apparizione mariana, il fantasma velato, la Dama Bianca, la messaggera o la custode di un luogo. Sono associazioni culturali legittime, purché non vengano trasformate in identificazioni forensi.

L’ipotesi mariana richiederebbe molto più di una somiglianza visiva. Le norme della Chiesa cattolica sui presunti fenomeni soprannaturali prevedono testimonianze raccolte con cura, esami tecnici da parte di esperti e un discernimento che, di regola, non equivale a dichiarare soprannaturale l’evento. La fotografia, da sola, non permette quindi di definirlo un fenomeno mariano.

La Dama Bianca è invece un motivo folklorico europeo molto ampio: un’apparizione femminile chiara, spesso associata a case, famiglie, luoghi di confine o eventi da ricordare. Non appartiene esclusivamente al mondo scandinavo. Nel repertorio norreno esistono figure femminili soprannaturali — dísir, fylgjur e valchirie — talvolta intese come protettrici, accompagnatrici o messaggere. Accostare la DSCN6735 a questo immaginario può offrire una chiave narrativa, soprattutto in relazione al volto della DSCN6712, ma non dimostra una provenienza “nordica” della figura.

L’elemento più interessante dell’associazione non è dunque una presunta razza, bensì la funzione simbolica: una forma umanoide e non aggressiva che assume un’apparenza riconoscibile per rendersi osservabile o per essere ricordata.

È la stessa interferenza della DSCN6712?

Le due immagini condividono quattro circostanze verificabili: stessa abitazione, stessa serata, stessa fotocamera e breve distanza temporale. Condividono inoltre, sul piano percettivo, la comparsa di configurazioni facciali che i presenti dichiarano di non avere visto a occhio nudo.

Le differenze sono però sostanziali. Nella DSCN6712 il volto appare concentrato in una piccola regione tondeggiante; nella DSCN6735 la forma è allungata, chiara e intrecciata visivamente con gli abiti. Non abbiamo una misura fisica di “frequenze vibrazionali”, campi elettromagnetici o altre grandezze registrate nella stanza. L’idea che una presenza multidimensionale abbia utilizzato la fotocamera come mezzo di comunicazione resta pertanto un’ipotesi narrativa e metafisica, non un risultato dell’analisi fotografica.

Se si volesse trasformarla in un’ipotesi verificabile, bisognerebbe stabilire in anticipo cosa misurare: sequenze RAW o JPEG non rielaborate, più fotocamere sincronizzate, immagini di controllo dell’ambiente, registrazioni audio continue, sensori di luce e campi elettromagnetici, posizione esatta dei testimoni e catena di custodia dei file. Solo una ricorrenza indipendente e misurabile consentirebbe di distinguere un’interferenza fisica da una configurazione casuale o ottica.

Conclusione provvisoria

La DSCN6735 contiene realmente una regione chiara dall’aspetto antropomorfo tra i cappotti. La testimonianza di Andrea Dal Bon afferma che in quel punto vi fosse soltanto una gruccia vuota e che nessuna figura bianca fosse visibile nella stanza. Il file mantiene metadati Nikon coerenti, una risoluzione originale da 15,9 megapixel e non mostra nell’ELA una firma evidente di incollatura localizzata. Al tempo stesso, la fotografia non consente di escludere un elemento materiale illuminato dal flash, una sovrapposizione prospettica o una lettura pareidolica.

Il dato più rigoroso non è “abbiamo dimostrato un fantasma”, ma questo: una forma non ricordata dai testimoni è registrata in un JPEG con forti indicatori di provenienza dalla fotocamera e, allo stato degli esami, senza evidenze positive di compositing esterno. La sua natura rimane indeterminata.

La sequenza, però, non finisce nella stanza. Nel prossimo articolo seguiremo Andrea Dal Bon, Alessandro Di Roio e Maurizio Rucco fuori dalla casa, durante la camminata notturna nel parco di Vassalini: un nuovo scenario e una terza fotografia da esaminare con gli stessi criteri.

Fonti e strumenti consultati